Venerdì, 25 Maggio 2018 | Login

I lavoratori nella vigna

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (Matteo 20,1-16) 

 

Il titolo tradizionale della parabola è «i lavoratori nella vigna»; ma in realtà, alcuni propongono come titolo più appropriato «il padrone buono», visto che questi è il personaggio principale della parabola, dall’inizio alla fine. Si tratta di un padrone talmente buono da rendere scandalosa questa parabola.

Siamo di fronte ad una parabola indubbiamente fuori dalle regole dell'Economia umana. Questa parabola va contro la nostra logica matematica e ci propone la logica di Dio fondata esclusivamente sull'Amore.

Ai fini di una migliore comprensione, questa parabola dovrebbe essere letta con il v. 19,30: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi» 

Questa frase si presenta in maniera inversa a conclusione della parabola: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi» (v. 16). 

Il racconto degli operai mandati a lavorare dal padrone nella sua vigna è inquadrato da questo duplice ritornello (che forma uno slogan) ripetuto all’inizio e alla fine del testo, ma costruito in maniera incrociata e che da origine ad una figura retorica chiamata "inclusione letteraria": questa forma una cornice al testo parabolico e funge da motivo guida del racconto. 

Difatti, questa cornice mette in guardia sulla possibilità del capovolgimento degli assetti umani e vuole essere, allo stesso tempo,  una parola di* avvertimento per «i primi» (che potrebbero diventare ultimi) e di *consolazione e speranza per «gli ultimi»  (che potrebbero diventare primi). 

Per capire il significato di questa frase di carattere proverbiale, che annuncia un capovolgimento degli assetti umani si deve tener conto del messaggio del racconto parabolico. 

crede, per questo, di avere più diritti di chi si è convertito successivamente. In particolare, si riferisce alla polemica tra i giudeo-cristiani, che mal sopportavano che i pagani fossero ammessi nella Chiesa a parità di condizioni con loro (At. 11,1-2 ; 15,1). 

La parabola nasce dalla critica che scribi e farisei muovevano a Gesù, per la sua cordiale accoglienza dei peccatori (Lc. 15,1-2 ; Mt. 9,10-13). Egli, venendo rifiutato come messia dal popolo della promessa, chiama coloro che sono ritenuti esclusi dalla salvezza, come i peccatori e il popolo ignorante, i quali adesso diventano i primi destinatari dell’azione salvifica e gratuita di Dio. 

Abbiamo visto che nella parabola si parla di primi e di ultimi....ma chi sono in fondo queste categorie di persone? Chi sono questi giusti? Si sentono giusti forse quelli che frequentano assiduamente la Chiesa o quelli  sempre presenti nella Sinagoga? Forse lo erano gli scribi e i farisei? Eppure, al tempo di Gesù, quando egli iniziò a predicare nella sua patria, proprio gli scribi e i farisei,  nonostante lo stupore davanti alle sue opere prodigiose, dubitarono di Lui, lo disprezzarono, chiusero il loro cuore alla grazia. Continuarono a guardare con gli occhi degli uomini e non con gli occhi di Dio; non credetterò; il loro cuore si indurì e il loro sguardo si riempì di giudizio e malvagità al punto che Gesù non potè operare alcun prodigio nella sua patria. Così Gesù andò altrove, negli altri villaggi e dove passava chiamava, convertiva, guariva, liberava. Venivano a Lui coloro che avevano il cuore aperto, quelli che si fidavano di Lui....probabilmente erano proprio quelli che ormai non avevano più nulla da perdere...ma semmai, spinti dalla speranza, almeno qualcosa da guadagnare. Il Medico viene per gli ammalati e non per quelli che stanno bene, cioè quelli che pensano di sapere già tutto che si mettono sul piedistallo dell'orgoglio e da lì sopra iniziano a dire a Dio quello che è gisto o sbagliato; quello che il Signore deve o non deve fare. 

Ed infine, la parabola si rivolge alla Gente di tutti i tempi.

Dio chiama tutti a far parte della sua Alleanza e, proprio la Vigna è il luogo dell' Alleanza con il Signore. Chi entra in questa unione con Dio si trova dentro la vigna ma, allo stesso tempo, chi ne trasgredisce l'alleanza, si ritrova fuori, ai suoi margini. 

Con la parabola del padrone e degli operai si descrive lo stile di Dio, che si rivela ora nella missione di Gesù tesa alla ricerca degli «ultimi». 

La parabola ha lo scopo di smantellare quella logica così comune di prestazione-retribuzione e che la salvezza che Gesù annuncia non è soltanto il frutto dello sforzo umano, bensì dono generoso e gratuito di Dio. 

Si vuole dimostrare come il Signore non sia condizionato dagli sforzi dell’uomo nell’elargire i suoi benefici: certo Egli non vìola la giustizia, dal momento che ricompensa con rigorosa fedeltà quelli che lo servono fedelmente, ma ciò non gli impedisce di distribuire i suoi tesori anche a coloro che non lo meritano. Come il padrone della parabola così il Signore ha il diritto di mostrarsi liberale con chi vuole, senza che nessuno possa muovergli rimprovero, perché la Sua generosità verso gli uni non và a detrimento della giustizia verso gli altri.

Struttura della parabola in breve

I personaggi principali sono:

*Il Padrone della vigna 

*e i lavoratori assunti in diverse ore (indicati come primi e ultimi)

La vicenda si svolge in due fasi che coprono tutta la giornata e sono introdotte da due espressioni temporali: 

1) «all’alba» (v. 1) - In questa fase avviene l’assunzione dei lavoratori (20,1-7)

2) «venuta la sera» (v. 8) - caratterizzata dalla remunerazione dei lavoratori (20,8-15).

*Nella prima parte (20,1-7) il padrone di casa (oikodespótes) va di buon mattino sulla piazza a cercare braccianti giornalieri per la sua vigna. A varie riprese lungo la giornata trova ed assume cinque diversi gruppi di braccianti:

Il primo reclutamento avviene all’alba (prōi), inizio della giornata lavorativa, la quale, cominciando alle sei della mattina, dura all’incirca dodici ore.

* Soltanto con questi primi operai il padrone concorda (=symphōneō) espressamente il salario di un denaro (dēnarion) al giorno che, secondo l’abitudine del tempo, veniva pagato alla sera (Lv 19,13; Dt 24,15; Tb 4,14). 

* La giornata è scandita dalle uscite del padrone per assumere altri operai. Con quelli che alle nove del mattino, delle 12 e delle 15 egli non si accorda sul pagamento, ma promette di dare «quello che è giusto». 

* Mentre le assunzioni tra le nove e le quindici sono descritte sinteticamente, l’ultima quella delle diciassette, viene messa particolarmente in rilievo da un dialogo tra il padrone e quegli operai dell’ultima ora. Il primo li interroga sulla ragione della loro disoccupazione e i salariati rispondono che nessuno li aveva chiamati a lavorare. Allora il proprietario della vigna manda anche loro a lavorare ma senza pattuire alcun compenso.

*Le diverse convocazioni dei salariati nella loro regolarità, alludono alla continua chiamata da parte di Dio del suo popolo.

*Il calare della sera introduce la seconda parte (20,8-15) che si svolge nella vigna. Al momento di fare i conti il proprietario della vigna è chiamato «signore» o «padrone» (kyrios). In questa parte si descrive il pagamento degli operai incominciando dagli «ultimi» fino ai «primi» (20,8-10), la protesta dei lavoratori assunti per primi (20,11-12) e la risposta del padrone che ha l'ultima parola(20,13-15).

 La giustificazione del padrone per la propria generosità è un misto di semplici affermazioni e di domande retoriche.

Essa che è costruita mediante tre interrogativi, si basa su due argomentazioni: 

*gli operai della prima ora sono stati pagati secondo l’accordo stipulato; 

*il padrone ha diritto di fare del proprio denaro l’uso che vuole. 

Questa parabola è più scandalosa di altre perché tocca proprio l’economico che a noi interessa, e mette in evidenza la nostra logica matematica.

Per noi, infatti, non è giusto che a chi lavora un’ora venga dato il salario di un giorno. E noi ce l’abbiamo con Dio perché è buono con gli ultimi.

Questi versetti mettono in evidenza il dramma del giusto. I giusti si arrabbiano che Dio dia se stesso per amore e per grazia: vorrebbero il salario del loro sudore. Ma qualunque salario del nostro sudore non sarà Dio. Dio non è oggetto di guadagno o di perdita. E i giusti si incattiviscono perché Dio è grazia, amore e perdono. 

Quindi, questi giusti fanno l’unico peccato vero contro Dio: è l’uomo religioso che non accetta che Dio sia misericordia, è l’uomo buono che non accetta che il cattivo sia graziato da Dio.

Per Dio anche una sola giornata, o un’ora sola passata al suo servizio con una grande intensità di amore, potrebbe avere lo stesso valore – se non addirittura un valore maggiore - di una vita intera spesa per Lui ma tiepidamente. 

Interpretazione del testo

v.1 Il testo della parabola comincia così: “Il Regno dei cieli è simile ad un padrone di casa”. 

Il mistero del regno dei cieli non è paragonato ad una situazione, a un fatto o a una circostanza: il regno dei cieli è paragonato ad una Persona. Il regno dei cieli è infatti una PERSONA. Il regno dei cieli è dunque simile a “un padrone di casa”.  Il regno dei cieli, nell’insegnamento di Gesù, non è simile a una lista di cose da fare per andare d’accordo con Dio. Certo, Dio si aspetta da noi anche delle scelte concrete e delle realizzazioni quotidiane, ma in primo luogo, e soprattutto, esige di essere conosciuto e amato al di sopra di tutto e di tutti. Le opere particolari vengono dopo. E’ dunque innanzitutto la sua Persona che ci chiama ad un incontro, a un dialogo intersoggettivo. 

*L’uscita all’alba 

Il regno dei cieli è simile a un padrone che esce di casa all'alba per cercare operai. Questo padrone di casa è descritto nell’atto di uscire all’alba, e non durante la notte. L'espressione cronologica "all'alba" indica almeno due concetti:

1) L’azione di Dio (che consiste nell'uscire per incontrare e chiamare) non è mai un’azione assimilabile alle tenebre; essa è sempre produttrice di luce, manifestandosi in concomitanza del sorgere dell’alba. In ciò si coglie anche un criterio di discernimento che ci viene dato per non confondere l’opera di Dio con quella del suo nemico. Essendo un'azione produttrice di luce, dunque, l'azione di Dio è sempre un'azione buona e con un intento salvifico.

2) L’opera del padrone di casa (che è figura di Dio) che inizia con le prime luci dell’alba riveste anche un altro significato: *Dio agisce in modo graduale e progressivo nella nostra vita, come la luce del giorno che cresce di intensità a poco a poco. Egli ci conduce alla santità facendoci passare sapientemente dal meno al più. Non ci chiede subito quel che non siamo ancora in grado di dargli, ma pretende giustamente di più in proporzione al molto che ci dà lungo il cammino. Per questo il libro dei Proverbi si esprime in questi termini: “La strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio” (4,18). 

Quindi, la grazia di Dio nella nostra vita non è come una luce improvvisa e folgorante che ci acceca( la parabola non comincia dicendo che uscì a mezzogiorno),  ma una illuminazione graduale, così come il nostro cammino di santità. Il padrone di casa esce all’alba, la sua opera comincia con le prime luci dell’aurora ma non si ferma lì e prosegue alle nove del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre, poi alle cinque del pomeriggio (chiama fino all'ultima ora della nostra vita terrena). 

*La ricerca degli operai 

Gesù continua dicendo che questo padrone di casa, che esce all’alba, ha* uno scopo ben preciso: prendere lavoratori per la sua vigna. In questo senso cogliamo un carattere essenziale di Dio: è un Dio che associa a sé l’uomo nelle proprie opere.

È dunque Dio, cui appartiene il Regno che prende l’iniziativa di reclutare gli operai che gli occorrono: questo Dio non ci vuole lasciare oziosi ai margini della vigna, ma vuole dare valore alle nostre opere.

Il padrone di casa che esce per prendere dei lavoratori non va dunque alla ricerca di chiunque, ma soltanto di coloro che sono idonei a diventare suoi collaboratori nell’edificazione del suo regno. Vale a dire: uomini disposti alla fatica, gente che non sfugge la sofferenza, che non cerca continuamente la via più breve o le soluzioni più semplici e meno impegnative. Gente disposta a lavorare «nella sua vigna». 

*Il fatto che Dio cerchi dei lavoratori per la sua vigna ci fa interrogare anche sul cosa significhi essere lavoratori di Dio. 

La spiegazione a questo quesito si può trovare nella risposta di Maria, all’angelo che le annunciava la divina maternità e che contiene l’esatto punto di vista circa il senso del servire Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38) . Essere serva del Signore per Maria non significa fare qualcosa per Dio ma lasciarlo libero di agire nella propria vita così come Lui vuole. Il servizio di Maria nei confronti di Dio è tutto qui e di fatto non c’è altro da fare perché chi ha dato a Dio lo spazio assoluto di fare della propria vita quello che gli pare non può fare niente di più, ha già toccato il vertice dell’amore. 

Possa crescere anche in noi il desiderio travolgente di vivere al servizio di Dio: diventi questa la nostra ragione di vita.

*Prendere lavoratori “a giornata

Nello stesso versetto si dice che il padrone uscì per prendere lavoratori “a giornata”. Questa espressione temporale allude ad almeno due cose. 

*La prima: questa giornata di cui qui si parla è anche il modo evangelico di pensare alla nostra vita terrena. Essa non è la vita definitiva: è solo la prima fase della nostra esistenza, la fase transitoria, ossia una vita che somiglia a un giorno che passa rapido. Una giornata è il simbolo del tempo che intercorre tra nascita e la morte e dove l’unica sapienza è quella di non sciupare questo tempo breve di una giornata, durante la quale abbiamo la preziosa possibilità di scegliere di lavorare con Lui e per Lui, o di seguire le nostre strade. 

*C’è poi un secondo significato:collaborare col Dio vivente significa accettare di lasciare il domani nelle sue mani. Con Lui si lavora sempre “a giornata”, nel senso che Egli suole fornire al cristiano tutto quello che gli serve per “l’oggi”, esigendo fiducia incondizionata per ciò che sarà il domani.

 Il nostro coinvolgimento nel disegno di Do e nella sua storia non ci rende mai consapevoli di ciò che sarà domani. Noi siamo chiamati a lavorare oggi e soltanto nell’oggi abbiamo tutta la luce necessaria per compiere quello che Dio ci chiede. 

Quanto detto, possiamo comprenderlo meglio al momento in cui ci troviamo di fronte ad un problema (una malattia, uno stato economico precario...ecc.); in questo caso, la cosa migliore che possiamo fare, è affidarlo a Dio e aspettare che il Signore stesso ci indichi la strada passo dopo passo per affrontare quella situazione. Ma, il più delle volte, accade che se la "soluzione" al nostro problema tarda ad arrivare...siamo noi stessi che iniziamo a cercarla puntando sulle nostre forze; ed è lì che iniziamo a vacillare: ci lasciamo prendere dall'angoscia, dalla paura, iniziamo a sprofondare e, nell'oggi, perdiamo il contatto con Dio, non riusciamo più a sentire la sua voce. Ma, al contrario, se siamo fiduciosi nel Signore, Lui ci darà la serenità, la pace e la forza che ci permetteranno, nel quotidiano, di seguire le sue indicazioni. Solo così, percorreremo, passo dopo passo, quel sentiero che ci porterà a realizzare il progetto di Dio e capiremo anche perchè quel problema si è presentato nella nostra vita.

v.2Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 

Una volta scelti i collaboratori, il padrone si accorda con loro per un denaro al giorno. C’è dunque una retribuzione concordata fin dall’inizio con gli operai della prima ora. 

Un denaro: Corrispondeva al salario giornaliero di un lavoratore agricolo oppure alla spesa media di una giornata 

C’è un accordo, un patto, una promessa di un denaro: e un denaro è ciò che ti concede di vivere: la promessa di Dio è la vita, come salario dà la sua vita, ci dà se stesso. Per cui il salario degno dell’uomo è Dio stesso.

 A ben riflettere si può pensare che Cristo sia il denaro: il senso più avanzato della parabola sembra essere questo: il Padre promette fin dal mattino il suo Cristo e poi lo dà a tutti. Non può dare di più ai primi perché quello che dà è tutto, il suo Cristo (sia a quelli del patto che agli altri) gratuitamente: a Israele e alle Genti – cioè a tutti. Adesso è venuto il momento in cui il denaro non è solo di qualcuno ma di tutti. 

Noi che siamo servi del Signore dobbiamo esultare per aver ricevuto il danaro e non avere pace finché non sia dato a tutti, agli operai dell’alba come quelli dell’ultima ora, e a tutti i popoli».

 vv.3-4 Uscito poi verso le nove del mattino ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò, ed essi andarono. 

Si capisce che questo padrone è contro la disoccupazione, a tutti i costi. Ogni uomo deve essere occupato: cioè deve poter vivere, deve poter amare, deve avere la pienezza di vita, che è l’unica occupazione degna dell’uomo. 

*Ai primi promette quello che è giusto, il salario concordato; 

*ai secondi invece dice: Vi darò quello che è giusto.

Che cos’è giusto per chi arriva tre ore dopo? Non lo dice. Capiremo dopo qual è la giustizia di Dio. La giustizia di Dio, vedremo, è quella giustizia che è eccessiva, che è la giustizia del Regno. Ma gli operai non lo sanno e si fidano. Quindi sono affidati a questa giustizia e pensano: speriamo ci vada bene, comunque abbiamo niente da fare, almeno qualcosa ci darà.

*La fiducia

La fiducia dà un particolare colore e una particolare bellezza al servizio; al contrario la sfiducia toglie valore e qualità al nostro servizio di Dio. 

Quelli che cominciano all’alba, lavorano invece con un animo diverso, che poi si manifesterà esplodendo nella ribellione aperta. 

Soltanto alla fine, cioè al momento della retribuzione, diviene chiaro il disinteresse di quelli che hanno iniziato a lavorare nelle ore successive. Questa disposizione d’animo carica d’amore quel servizio che i primi hanno fatto soltanto come lavoratori dipendenti; in sostanza, questi operai presi successivamente aggiungono al loro servizio un carattere più profondamente umano, fatto di fiducia verso il datore di lavoro. 

L’intensità d’amore con cui essi lavorano nell’ultima parte della giornata, riempie di valore una fatica che, quantitativamente è breve, ma qualitativamente supera un lungo servizio fatto senza amore. Questa intensità d’amore arricchisce quell’ultima ora di lavoro come se fosse una giornata intera. 

vv.6-7 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: andate anche voi nella mia vigna. 

«verso le cinque»: questo particolare, del tutto inverosimile, sottolinea la «bontà» del Padrone che non dalla necessità, ma dalla sua generosità è mosso ad ingaggiare sempre più operai e questo avviene anche nell'ultima ora disponibile per lavorare. 

Non ci sono esclusi, il reclutamento è completo; il Padrone è uscito, con suo scomodo personale, 5 volte, numero (insieme al 50, suo multiplo) della totalità e della pienezza dell’opera compiuta. Il Signore, con le sue 5 uscite, ha chiamato tutti a far parte della sua Alleanza: nessuno è escluso.

Si noti che: 

*agli operai ingaggiati verso le cinque di sera non promette niente, gli dice soltanto di andare anche loro a lavorare nella sua vigna.

Così si conclude la prima parte della parabola in cui si vede che tutti gli uomini sono chiamatati a tutte le ore. Con questi ultimi però c’è qualche dettaglio in più; infatti dice loro: perché state qui a far niente? Si preoccupa per loro: non li colpevolizza, è lui preoccupato. Loro dicono: nessuno ci ha preso. È interessante, non hanno colpa: nessuno ci ha preso. Perché nessuno li ha presi? Forse perché non erano validi, forse perché non erano bravi: anche noi lasciamo un po’ ai margini le persone che valgono poco, le lasciamo perdere. Con questi il padrone della vigna si preoccupa molto e va a vedere.

La risposta degli operai dell’ultima ora allude *dunque, a una possibile responsabilità della Chiesa e della comunità cristiana, “Nessuno ci ha presi a giornata”. Dietro queste parole forse c’è il vuoto di una testimonianza cristiana talvolta incapace di attirare, di far percepire con una vita pienamente trasparente il fascino e l’innamoramento di quella vita vissuta in Dio.

Noi cristiani ce ne stiamo spesso chiusi nel nostro guscio, viviamo in maniera tiepida la nostra fede e non riusciamo a trasmettere la bellezza di stare col Signore

 Questi operai non sono degli scansafatiche; avrebbero desiderato impegnarsi nel lavoro, ma nessuno li ha coinvolti in un progetto, per il quale valesse la pena di faticare. Dietro questi operai dell’ultima ora si nascondono forse tutti gli uomini di buona volontà, ai quali la cattiva testimonianza di quelli che si professano cristiani ha impedito di arrivare alla fede, costringendoli a un itinerario di ricerca di Dio più lungo e più sofferto. 

Immaginiamoci la tristezza e la sofferenza di una vita trascorsa lontani da Dio.

*L’uscita a determinate ore e i tempi di grazia 

Notiamo pure che questo padrone, protagonista della parabola, esce successivamente a diverse ore, presentandosi più volte sulla piazza nel corso della giornata.  Gesù non descrive questo padrone come un uomo che circola continuamente sulla piazza, come se fosse a continua disposizione di coloro che lo cercano; Dio non si può incontrare quando si vuole, perché è Lui che si lascia incontrare nei tempi di grazia da Lui stesso predisposti per ogni uomo; per questo il padrone della vigna non è sulla piazza continuamente. 

La presenza del padrone non è dunque stabile né prevedibile: passa quando dice lui, e invita quelli che vuole a seguirlo. Così, uno dopo l’altro gli esseri umani entrano nella sua Alleanza, diventando collaboratori di Lui nella realizzazione del disegno di salvezza. 

Non è un caso che nel vangelo Cristo è descritto sempre nell’atto di passare, mai nell’atto di fermarsi in un luogo e risiedervi. Cristo è la grazia itinerante, è il passaggio continuo dell’Amore su questa terra, un passaggio che appunto va colto nel momento opportuno. Probabilmente è proprio questo il senso delle parole di Agostino d’Ippona quando parlando di un suo particolare timore dice: “Ho paura del Signore che passa”. Il fatto che in certe circostanze della vita Cristo ci passa vicino, e la possibilità non remota che questo passaggio sia vanificato dalla nostra cattiva risposta, costituiva il timore di Agostino. Un timore certamente giustificato dalla grandezza di ciò che si perde qualora questo passaggio fosse vano. 

Il fatto che gli operai dell’ultima ora aderiscono, e che questa loro adesione li equipara a coloro che hanno aderito fin dall’inizio, ci dà possibilità di una speranza per la quale se anche avvenisse di accogliere la grazia che passa all’ultima ora del nostro giorno, il tempo precedente non è perduto. Il tempo nelle mani di Dio ha un valore che Lui stesso stabilisce. Così il ladro che muore accanto a Cristo va in paradiso con Lui come se avesse servito Dio tutta la vita.

Quindi, quando il nostro tempo, entra nel tempo di Dio, quando la nostra vita si innesta in quella di Dio: Il passato non è perduto ma è misteriosamente recuperato in un atto di fede perfetta ed  entriamo nell’anno giubilare, nel tempo della grazia che non finisce più.

*Sequela di Cristo 

Il Signore dunque passa e chiama alla sua sequela e così fa Gesù.

Gesù è un Rabbì (un maestro, un esperto della Sacra Scrittura). Ma, a differenza degli altri Rabbì che venivano scelti dai genitori per i figli...Gesù chiama Lui i suoi seguaci.  

Essere alla sequela di Cristo significa: abbandonare la propria vita, le proprie abitudini, lasciarsi cambiare radicalmente da quello sguardo. Uno sguardo che è luce, verità e non può lasciare indifferenti. 

Questo accade pure a Levi (Matteo) l'autore di questa parabola. Matteo era un ebreo e pubblico peccatore e Gesù lo chiama proprio mentre svolge il suo lavoro illecito di riscuotere tributi divenendo addirittura discepolo di Gesù. Quando incontra lo sguardo del Signore, Matteo non esita ad abbandonare quello che fa. Non dice: "Signore, aspetta un attimo che finisco di riscuotere i tributi delle ultime persone e poi ti seguo". La decisione è immediata: si ha l'esigenza di chiudere col peccato e seguire Dio. Sì, perchè alla luce di Dio, quel peccato è diventato evidente, insopportabile. Vuoi seguire quello che ti dona pace, gioia, serenità; non puoi restare indifferente.

Incontrato il Signore, niente può essere più come prima. Il Signore non smette mai di cercare e non dimentica nessuno, in modo particolare gli ultimi. A ognuno di noi dice senza tregua: " ho fame della tua presenza... non sarò sazio finchè non sarai in me, ho sete della tua anima, vieni a me e dammi ristoro,  sono ancora uno straniero per te..ospitami nel tuo cuore, sono nudo...rivestimi con la tua presenza, sono malato...risanami col tuo amore, sono prigioniero della sofferenza nel vederti schiavo delle cose del mondo...vieni a me..ritorna libero e vivremo nella gioia eterna". Gesù il primo, il più grande di tutti, il Santo dei santi si fa ultimo per venirci a prendere e unirci a sè. 

Gesù ci vuole dire: "sono venuto per te! sono venuto a dare un comandamento nuovo:" che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri " (Gv  13,31-33a. 34-35)  E ogni volta che tu hai amato i tuoi fratelli hai amato me....e io voglio donarti la salvezza...Ti apro le porte del Regno. E' tutta una questione d'Amore.

 Allora impariamo ad amare soprattutto là dove ci risulta più difficile se non impossibile.

Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano... Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Lc (6,27-38)

Impariamo a guardare e ad agire con l'ottica di Dio. E' importante puntualizzare che Satana non sopporta Dio, non sopporta l'Amore e non sopporta quelli che amano al punto da trovare ripugnante stargli accanto. Quindi, se vogliamo allontanarlo dalle nostre vite dobbiamo semplicemente imparare ad amare. Via via ci accorgeremo che pure i rapporti con i "nemici" cambieranno perchè davanti alla potenza dell' Amore il maligno è disarmato, non può nulla. 

v.8 Quando fu sera il padrone della vigna disse al suo fattore: chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 

Con questo versetto inizia la seconda parte del racconto occupata dal pagamento del salario. 

La giornata faticosa è terminata, il lavoro è compiuto; il Padrone conosce la Legge, Lui per primo l’ha formulata, Lui per primo la rispetta: «Il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino» Lv 19,13 

«chiama e paga»: I lavoratori a giornata erano abitualmente pagati la sera stessa per il lavoro svolto. La cosa sorprendente è che il pagamento *inizia dagli ultimi arrivati e che *tutti i lavoratori ricevono la stessa paga.

Partire a pagare «dagli ultimi» fino ai primi non è un capriccio del Padrone, ma, ha uno scopo didattico ben preciso: mostrare ordinatamente, a tutti, la sua bontà. 

vv. 9-10 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno.

Qui scopriamo cosa intendeva il Padrone con l'espressione: "quello che è giusto ve lo darò". Vengono gli ultimi, ciascuno riceve 1 denaro, benché non pattuito, la paga di una giornata lavorativa intera.

É il «giusto» per il Signore; un gratuito esuberante.

*Benché in diversa proporzione, agli occhi umani, ricevono un denaro anche gli operai delle ore 3a 6a e 9a ; tutti accolgono la paga con entusiasmo, sorpresi e grati di tanta benevolenza.

*Il pagamento avviene davanti a tutti, per cui i primi si presentano immaginando di prendere di più, dimenticando il patto per un denaro.

E un denaro ricevono secondo contratto.

Sotto c’è un significato profondo: il Signore non può dare a nessuno meno di un danaro perché serve per vivere.

Dio non può dare di meno di se stesso. Dà tutto. Anche a chi arriva all’ultima ora. Anzi chi arriva all’ultima ora lo chiama per primo perché dice: hai penato tanto, gli altri almeno dal mattino erano sicuri di avere già tutto fino a sera; tu che hai vissuto nell’ansia le undici ore della tua esistenza, arrivato alla dodicesima vieni prima, almeno hai subito un respiro di sollievo.  

Quello che emerge da questa parabola è che non saremo retribuiti solo secondo le nostre opere ma, saremo retribuiti anche secondo la grazia. 

Nessuna nostra opera produce Dio e Dio ci dona se stesso per grazia e questo lo vuole dare a tutti. 

Quelli che vogliono di più da Dio, non hanno capito che Dio dà se stesso. Quindi disprezzano ciò che ricevono, disprezzano Dio. Vogliono ridurre Dio a un prodotto del loro lavoro. Vogliono comprare Dio con il loro lavoro. Vanno direttamente contro Dio . Non hanno capito che lavorare dal mattino è questa la grande opera; la retribuzione consiste nel fatto che dal mattino lavoro con Lui. È l’essere con Lui la retribuzione. Che è uguale a quella che viene data a chi arriva alla fine.

***La grazia è l’essere arrivato prima: è un dono. La grazia è anche l’essere arrivato dopo: è un dono. Chi arriva ultimo lo capisce meglio

I primi pensano di ricevere di più: hanno lavorato non per ricevere Dio, per entrare in comunione ed essere come Lui; hanno lavorato per altri fini. Per essere ricchi. Come se la ricchezza, la giustizia valessero più di Dio, del suo amore gratuito. Cioè, in fondo, si sono serviti di Dio per raggiungere la propria bravura, la propria giustificazione, la propria giustizia. In realtà, sono fuori dalla grazia. 

I lavoratori della prima ora pretendono. Pretendono più grazia, come se la grazia fosse oggetto di merito. Chi fa così non ha capito una cosa: non ama il fratello, perché altrimenti sarebbe contento se il fratello ricevesse un dono. E non ama il Padre che ama il fratello, quindi è totalmente fuori dall’economia di Dio.

vv.11-12 Nel ritirarlo però mormoravano contro il padrone dicendo: questi ultimi hanno lavorato per un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.  

Il giusto cosa fa per mestiere? Brontola contro gli altri. Guarda quelli lì come sono! Un minimo di decenza! A me tocca faticare, a me tocca fare… e loro guarda!  Giustamente verranno puniti o almeno io riceverò un giusto premio perché sono stato veramente bravo. 

Ci sentiamo molto a posto mentre l’altro serve da piedistallo. Però quando sperimentiamo la fatica di esser bravo, abbiamo rancore come il fratello maggiore che dice: il minore ha speso tutto in divertimenti e prostitute e io qui a lavorare.  

Il rancore è un sentimento tipico del giusto. E di fatti quando abbiamo rancore noi? Quando ci sentiamo giusti e subiamo un torto ingiusto.

vv. 11-12 «mormoravano»: peccato gravissimo ma molto comune.La loro reazione è di mormorazione contro il padrone: il verbo greco gongyzo ha un suono onomatopeico che richiama il borbottio, il mugugno, ed esprime la voce della vigliaccheria, il lamento che serpeggia senza il coraggio di uscire allo scoperto. 

 Per loro, il Padrone si comporta in modo ingiusto, dando la stessa ricompensa per prestazioni disuguali. Gli operai che protestavano infatti non si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato la paga; essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica.

Il lamento esplicita il pensiero sulla giustizia: denuncia infatti una pretesa ingiustizia e reclama una paga maggiore, perché i primi fanno il confronto con gli ultimi. I primi si lamentano di aver sopportato il peso della giornata e il caldo: questa fatica era prevista e la paga era concordata; solo il confronto li amareggia. Chiaramente manifestano la logica di una giustizia mercantile, per cui il costo è in stretto rapporto di proporzione col servizio. 

*La RISPOSTA del Padrone e l’INSEGNAMENTO della parabola

La mormorazione degli operai della prima ora serve a provocare la risposta del Padrone, che contiene l’INSEGNAMENTO della parabola.

Ma il punto di vista del padrone, reso noto nel suo intervento finale, fa capire come il suo comportamento sia mosso da un’altra logica. 

vv. 13-15 – Puntuale arriva la risposta, data «ad uno di essi » a voce alta, (in contrapposizione alla mormorazione che serpeggia in maniera vigliacca) affinché anche gli altri intendano. 

Il proprietario della vigna risponde mediante un triplice interrogativo. 

 

1*Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 

Nel primo egli rievoca l’accordo sul salario di un denaro al giorno.«amico»: Il discorso diretto del padrone si apre con un vocativo: «Amico, io non ti faccio torto». Non è espressione dolce di affetto, bensì un tipico modo orientale di parlare duro: in greco non si adopera philos, ma hetàìros che indica propriamente un «socio o collega» persona con cui si è stretto un patto. Nel nostro linguaggio corrisponde a: «Ehi, tu!».  . Lo chiama «amico» semmai  perché Lui non è «nemico» e gli ricorda il contratto stipulato. 

Il padrone della vigna è a posto non solo da un punto di vista della giustizia contrattuale, ma anche da quello della giustizia evangelica. Egli infatti ha ricompensato gli operai della prima ora secondo ciò che aveva pattuito, ma nulla toglie che possa ripagare con longanimità i lavoranti assunti in seguito, con i quali non si era messo d’accordo sul compenso.

Il Padrone della vigna dice: " Amico, io non ti faccio torto....". Io voglio essere buono con te ma anche con gli altri che sono i miei figli e i tuoi fratelli...voglio essere buono soprattutto con chi mi ama.

Non ti faccio torto....non sono solo buono ma sono anche giusto: non sto venendo meno al patto con te, sono fedele all' accordo preso. Se non ti sta bene la mia logica di Amore e di Salvezza, se proprio non mi riconosci come Padre e loro come i tuoi fratelli, accontentati del tuo misero denaro, prendi la tua ricompensa materiale (perchè in fondo è quella che vuoi..non vuoi me)...prendi questo denaro insieme alla tua superbia, alla tua invidia, alla tua gelosia, al tuo rancore , alla tua rabbia e vattene. Esci fuori dalla vigna; vattene perchè questi sentimenti qui non possono regnare...questi sentimenti non sono dei figli di Dio.

Ma attenzione, non sono io che ti caccio, scegli tu liberamente. Sappi che qui, nella mia vigna vige la logica dell'amore, dell'accoglienza e della collaborazione. Il frutto prodotto dalla vigna è proprio l'amore per Dio e per il prossimo.

Là fuori invece c'è spazio per chi, accettando la logica del mondo, esce automaticamente dalla grazia di Dio.

La scelta è sempre nostra...scegliamo noi se essere primi o ultimi, se accogliere la nuova logica proposta da Dio o se limitarci a ciò che ci offre il mondo. La scelta è nostra perchè per Dio siamo tutti uguali e ci vorrebbe tutti con sè. Di fronte a Dio, sul terreno della grazia, non esistono primi e ultimi; il suo regno è un regno di uguali perchè tutti sono oggetto in ugual modo della sua grazia redentrice.

 

2*"Non posso fare delle mie cose quello che voglio? 

 È lecito o no che Lui faccia «del suo» quanto vuole, la giustizia ed insieme la bontà. Certo gli ultimi hanno lavorato di meno; ma hanno bisogno come i primi.

I due criteri, la giustizia e la bontà non solo non si escludono, ma alla fine sono il medesimo comportamento e il datore di lavoro insiste sul suo diritto di essere generoso. Dando agli uni non toglie nulla agli altri.

Il criterio del giudizio di Dio armonizza sempre i due poli inseparabili della Misericordia e della Giustizia. Dio non è mai misericordioso in modo da essere ingiusto, né mai giusto in modo tale da essere inflessibile. Egli agisce sempre con generosità, mai però contro la giustizia. Gli operai della prima ora vengono retribuiti secondo la somma pattuita, pur per un lavoro fatto senza amore, e perciò cattiva qualità agli occhi del padrone; essi vengono retribuiti con giustizia, così come coloro che hanno lavorato amando, fidandosi del loro datore di lavoro e senza giudicarlo, vengono retribuiti con una generosità che non danneggia nessuno. 

Dal punto di vista di Dio quello che allora conta, è questo: Non la quantità di opere fatte al suo servizio, né la durata di tempo, bensì l’amore con cui si serve Dio e il prossimo. 

 

3*Oppure tu sei invidioso (il tuo occhio è cattivo) perché io sono buono?" :

L’ultimo interrogativo con cui si chiude la parabola, ripropone il conflitto tra la benevolenza del padrone e la malignità degli operai che vengono accusati di avere l’«occhio malvagio». L’espressione che ha le sue radici nella tradizione biblica, è ripresa da Matteo per indicare la malvagità umana che porta a una distorta interpretazione dell’azione di Dio. La loro empietà emerge proprio a confronto con la bontà gratuita del padrone nei confronti dei lavoratori dell’ultima ora.

Elemento fondamentale è che la condotta di Dio è indipendente da ogni giudizio umano. Chi può chiedere conto a Dio della sua condotta? 

L’uomo è il suo servo e non può presentarsi davanti al Signore per vantare diritti.

L’uomo non ha mai il diritto di presentare a Dio la fattura.

E' importante comprendere che:

-Il Signore è l'unico Padrone della vigna;

-noi siamo solo operai al suo servizio: non importa se chiamati prima o dopo, la cosa più importante è svolgere quel servizio con AMORE. E' l'amore che feconda la terra e fa in modo che il nostro lavoro produca frutto. Senza amore, quella terra rischia di diventare sterile.

In questa vigna è necessario il lavoro di tutti...è talmente grande che nessuno può coltivarla da solo con le sue forze.

Il Signore chiama i primi operai che sono quelli che si occupano di tutte le fasi necessarie alla vigna (gli Israeliti, coloro che sono stati da sempre cristiani): arano, coltivano, potano, stanno sotto il sole, sopportano interamente il peso della giornata, fanno tanti lavori anche pesanti...ma, in tutto questo dovrebbero avere la gioia e la consapevolezza che la loro vita è al sicuro perchè sono sotto lo sguardo e la protezione amorevole del Padrone che in maniera premurosa è insieme a loro, giorno dopo giorno.

Questi operai dovrebbero essere felici di veder arrivare nuove braccia pronte a condividere con loro il peso delle cose da fare...seppur le ultime (perchè sanno che la vigna è molto grande). Di fatto, molti arrivano anche all'ultima ora...quando la giornata volge alla sua fine.

Accade però che spesso i primi non accettino la presenza degli ultimi, si adirano perchè si vedono usurpati dei loro meriti, non accettono che gli "arrivati dopo" possano ricevere un uguale trattamento e addirittura la loro stessa ricompensa. Rimangono così schiavi e vittime del loro egoismo, del loro amor proprio e di una logica del mondo meschina e calcolatrice. Mormorano, borbottano, criticano, rinfacciano...pretendono che il padrone faccia come dicono loro.

Nessuno di loro, probabilmente, si è mai preoccupato di coinvolgere altre persone "disoccupate". Questi primi sono vittime del loro egoismo: sanno che nella vigna c'è tanto lavoro da fare: è scritto " La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perchè mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi". (Lc. 10,2-3). 

Il Signore stesso, dunque, ci invita ad uscire e ad evangelizzare.

Ma, nella loro logica, questi primi non coinvolgono altri per paura di perdere il loro lavoro, la propria posizione e nel timore che le gratificazioni per il loro lavoro svolto fino a quel momento, vadano a qualcun altro. Così, intimoriti, preferiscono non rivelare ad altri la presenza di quella vigna dove in realtà c'è posto per tutti.

Allora è lo stesso Padrone che si preoccupa di uscire più volte per cercare nuovi operai: Lui esce alle 9, alle 12, alle 15, alle 17.

Tutte queste chiamate, oltre a donarci la speranza, richiamano alla mente tutte quelle conversioni vere e folgoranti avvenute ad un certo punto della nostra vita. Quanti di noi hanno sperimentato da grandi questo incontro speciale col Signore, quante chiamate sono arrivate da adulti.

Per la persona chiamata c'è una gioia talmente grande nel cuore per aver incontrato Dio che la spinge quasi ad essere triste al pensiero del tempo trascorso senza di Lui. Si inizia inevitabilmente a pensare a quanto sia stata vuota la sua vita, a quanto tempo sprecato, a quanto fossero prive di sostanza le cose fatte. Ma, allo stesso tempo, nasce un desiderio enorme e irrefrenabile di recuperare il tempo perduto, e quell' attesa ora prepara il cuore ad accogliere e a donare amore! Quell'attesa suscita un attaccamento a Dio e alle sue cose e un desiderio di stare al suo servizio, enormi. 

Quindi ci si getta con ardore, a capofitto, in quella vigna. Si desidera dare il massimo. La persona chiamata vuole che tutti conoscano la Bontà eccessiva di quel Padrone che non smette mai di chiamare. Chi viene chiamato dopo, diventa talmente partecipe di quel progetto e grato al punto di non curarsi della "quantità" della ricompensa. Lascia fare al Padrone, si fida di Lui certo di essere ricompensato. Sa che il suo tesoro più grande è proprio stare con Dio.

Forse fino a quel momento, queste persone erano state invisibili agli occhi di tutti, forse fino ad ora nessuno le aveva mai apprezzate, forse avevano vissuto la vita da perdenti....ma ora qualcuno le chiama e le coinvolge, le fa sentire importanti, dà loro la dignità che avevano perso e loro, davanti alla bontà e alla misericordia estrema di quel Signore rimangono folgorati, e il loro cuore non può che aprirsi e accettare senza riserve quella chiamata.

* "SEGUIMI"  

Davanti alla domanda del Padrone che chiede: " perchè ve ne state qui oziosi?" In quel momento, il loro sguardo incontra lo sguardo di Dio, si riempe di una luce che li attraversa dalla testa ai piedi ed esplode dentro di loro: è una luce che risana...improvvisamente loro vedono la verità e non possono più stare al buio..tutto è chiaro. 

E' il Signore che passa e che chiama, è la grazia itinerante,la nostra possibilità di salvezza, è il Signore che dice: "Seguimi". Ma, il "SEGUIMI"  pronunciato da Gesù non è solo un suono astratto, una semplice parola...ma è qualcosa di concreto e potente: è parola incarnata; è soffio dello Spirito Santo che incontra, avvolge, travolge e sconvolge la persona a cui è diretta. 

Quelle persone comprendono che, fino a quel punto, la loro vita si muoveva ai margini di quella vigna...nessuno le aveva coinvolte in un progetto di vita (sempre coinvolte in progetti di morte)...tutto ciò che facevano lo facevano senza Dio. Ma ora è Dio che li coinvolge nella sua Alleanza e dà senso alla loro vita; ora arriva qualcuno che dà la vita.

Quando le nostre opere, la nostra vita, il nostro pensiero e ogni parte di noi si uniscono a Dio, tutto cambia, ci sentiamo felici e appagati. Quando c'è Dio con noi e noi siamo con Lui, tutto acquista un significato, una luce nuova, tutto viene fatto con amore e il nostro cuore si apre, inizia a battere, diventa carne viva e dimora dello Spirito Santo.

E anche la Comunità Liberi in Cristo, in cui siamo stati chiamati, vediamola come la Vigna: come il luogo dell' Alleanza con Dio. Sforziamoci di intreccare fra di noi rapporti fondati sulla sincerità e il rispetto evitando tutti quei sentimenti che non appartengono ai figli di Dio e che non edificano. Non importa il ruolo svolto o se sei arrivato prima o dopo; la cosa importante è servire con amore per avere quella ricompensa che è uguale per tutti: la cosa più importante è stare per sempre con Dio.

*Tutti siamo chiamati ad essere i veri giusti; 

Tutti siamo chiamati ad essere i veri giusti; ma per essere giusto bisogna essere piccolo, umile, bisogna farsi ultimo, bisogna mettersi all'ultimo posto affinchè il Signore ci inviti a passare avanti tra i primi; bisogna piegarsi totalmente alla volontà di Dio e lasciarsi condurre da Lui.

Non possiamo essere giusti se, spinti dall'amor proprio, facciamo di testa nostra giudicando Dio e i fratelli.

Anche se siamo cristiani, se apparteniamo alla Chiesa, se facciamo un cammino, il pericolo è sempre dietro l'angolo, Satana ci vuole strappare alla vigna e farà di tutto per confonderci e propinarci le cose allettanti del mondo. 

Prestiamo molta attenzione, siamo vigilanti per non cadere nella tentazione; usiamo le armi a nostra disposizione, quelle che Maria ci insegna a Medjugorje: preghiera, lettura della Bibbia, digiuno, confessione, Eucaristia; chiediamo con forza e insistenza la Sapienza (la vera luce di Dio) per discernere il bene dal male.

Se non facciamo questo, rischiamo di diventare oziosi: veniamo tentati facilmente e, a nostra volta, diventiamo tenatori. Purtroppo, per noi uomini, è quasi impossibile essere sempre giusti...questo il Signore lo sa ed è per questo che non smette mai di chiamarci: non vuole lasciarci oziosi e noi, siamo liberi di aderire o meno alla sua proposta.

Il combattimento è proprio qui, in virtù della nostra libertà, è giorno dopo giorno, fino a quello finale che ci proclamerà giusti per sempre o perdenti per sempre.

*Parallelismo tra la Parabola del Padrone buono e la preghiera del PADRE NOSTRO

Questa parabola sconvolgente e sensazionale, a mio avviso, risulta essere la trasposizione del Padre Nostro.

 

PADRE NOSTRO:Il Padrone diventa il Padre di tutti (nostro)... Gesù non dice Padre Mio..dice nostro e ci apre ad un concetto di Amore Universale 

CHE SEI NEI CIELI: è dove Lui dimora e dove ci aspetta per vivere insieme per l'eternità...è il nostro regno, la nostra casa.

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME: benedetto sei tu Padre per quello che sei, per quello che fai, per il tuo amore, perchè non smetti mai di cercarci

VENGA IL TUO REGNO: un regno di pace, di amore, di uguaglianza

SIA FATTA LA TUA VOLONTA' COME IN CIELO COSI' IN TERRA: tutti abbraccino la tua logica di Amore...tutto è nelle tue mani...tutto è pieno di Te.

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO: donaci la ricompensa per aver lavorato nella vigna; non smettere mai di donarci Te stesso, donaci sempre Gesù eucaristia, accompagnaci con la tua grazia giorno dopo giorno lungo il sentiero della vita.

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI: perdonaci Signore e insegnaci a perdonare! Amaci Signore ed insegnaci ad amare

SOCCORRICI NELLA TENTAZIONE: non smettere mai di passare Signore...soprattutto quando siamo nel peccato...quando siamo senza speranza, quando siamo ai margini della vigna oziosi.

E LIBERACI DAL MALIGNO: Che ci vuole strappare alla vita, che ci vuole confondere e rendici operai in grado di lavorare con amore nella tua vigna! Insegnaci a guardare con i tuoi occhi e non con quelli del mondo.

PADRE NOSTRO...di noi tutti...prendici con Te e portaci a casa...nella dimora eterna. Amen

 

 

 

 

I lavoratori nella vigna

“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi” (Matteo 20,1-16)

Il titolo tradizionale della parabola è «i lavoratori nella vigna»; ma in realtà, alcuni propongono come titolo più appropriato «il padrone buono», visto che questi è il personaggio principale della parabola, dall’inizio alla fine. Si tratta di un padrone talmente buono da rendere scandalosa questa parabola.

Siamo di fronte ad una parabola indubbiamente fuori dalle regole dell'Economia umana. Questa parabola va contro la nostra logica matematica e ci propone la logica di Dio fondata esclusivamente sull'Amore.

Ai fini di una migliore comprensione, questa parabola dovrebbe essere letta con il v. 19,30: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi»

Questa frase si presenta in maniera inversa a conclusione della parabola: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi» (v. 16).

Il racconto degli operai mandati a lavorare dal padrone nella sua vigna è inquadrato da questo duplice ritornello (che forma uno slogan) ripetuto all’inizio e alla fine del testo, ma costruito in maniera incrociata e che da origine ad una figura retorica chiamata "inclusione letteraria": questa forma una cornice al testo parabolico e funge da motivo guida del racconto.

Difatti, questa cornice mette in guardia sulla possibilità del capovolgimento degli assetti umani e vuole essere, allo stesso tempo, una parola di* avvertimento per «i primi» (che potrebbero diventare ultimi) e di *consolazione e speranza per «gli ultimi»  (che potrebbero diventare primi).

Per capire il significato di questa frase di carattere proverbiale, che annuncia un capovolgimento degli assetti umani si deve tener conto del messaggio del racconto parabolico.

Anche questa è una parabola sul Regno.

            *Il tema trattato è quello della RICOMPENSA e difatti affronta il motivo per cui gli ultimi arrivati ricevono lo stesso compenso di quelli che hanno lavorato per molte ore.

            *La risposta è che il regno è un dono di Dio e che noi non dobbiamo essere invidiosi della generosità di Dio.

Matteo scrive quando la comunità cristiana ha già alle spalle alcuni decenni di vita. La parabola è diretta a chi, avendo seguito Gesù fin dall inizio, crede, per questo, di avere più diritti di chi si è convertito successivamente. In particolare, si riferisce alla polemica tra i giudeo-cristiani, che mal sopportavano che i pagani fossero ammessi nella Chiesa a parità di condizioni con loro (At. 11,1-2 ; 15,1).

La parabola nasce dalla critica che scribi e farisei muovevano a Gesù, per la sua cordiale accoglienza dei peccatori (Lc. 15,1-2 ; Mt. 9,10-13). Egli, venendo rifiutato come messia dal popolo della promessa, chiama coloro che sono ritenuti esclusi dalla salvezza, come i peccatori e il popolo ignorante, i quali adesso diventano i primi destinatari dell’azione salvifica e gratuita di Dio.

Abbiamo visto che nella parabola si parla di primi e di ultimi....ma chi sono in fondo queste categorie di persone? Chi sono questi giusti? Si sentono giusti forse quelli che frequentano assiduamente la Chiesa o quelli  sempre presenti nella Sinagoga? Forse lo erano gli scribi e i farisei? Eppure, al tempo di Gesù, quando egli iniziò a predicare nella sua patria, proprio gli scribi e i farisei,  nonostante lo stupore davanti alle sue opere prodigiose, dubitarono di Lui, lo disprezzarono, chiusero il loro cuore alla grazia. Continuarono a guardare con gli occhi degli uomini e non con gli occhi di Dio; non credetterò; il loro cuore si indurì e il loro sguardo si riempì di giudizio e malvagità al punto che Gesù non potè operare alcun prodigio nella sua patria. Così Gesù andò altrove, negli altri villaggi e dove passava chiamava, convertiva, guariva, liberava. Venivano a Lui coloro che avevano il cuore aperto, quelli che si fidavano di Lui....probabilmente erano proprio quelli che ormai non avevano più nulla da perdere...ma semmai, spinti dalla speranza, almeno qualcosa da guadagnare. Il Medico viene per gli ammalati e non per quelli che stanno bene, cioè quelli che pensano di sapere già tutto che si mettono sul piedistallo dell'orgoglio e da lì sopra iniziano a dire a Dio quello che è gisto o sbagliato; quello che il Signore deve o non deve fare.

Ed infine, la parabola si rivolge alla Gente di tutti i tempi.

Dio chiama tutti a far parte della sua Alleanza e, proprio la Vigna è il luogo dell' Alleanza con il Signore. Chi entra in questa unione con Dio si trova dentro la vigna ma, allo stesso tempo, chi ne trasgredisce l'alleanza, si ritrova fuori, ai suoi margini.

Con la parabola del padrone e degli operai si descrive lo stile di Dio, che si rivela ora nella missione di Gesù tesa alla ricerca degli «ultimi».

La parabola ha lo scopo di smantellare quella logica così comune di prestazione-retribuzione e che la salvezza che Gesù annuncia non è soltanto il frutto dello sforzo umano, bensì dono generoso e gratuito di Dio.

Si vuole dimostrare come il Signore non sia condizionato dagli sforzi dell’uomo nell’elargire i suoi benefici: certo Egli non vìola la giustizia, dal momento che ricompensa con rigorosa fedeltà quelli che lo servono fedelmente, ma ciò non gli impedisce di distribuire i suoi tesori anche a coloro che non lo meritano. Come il padrone della parabola così il Signore ha il diritto di mostrarsi liberale con chi vuole, senza che nessuno possa muovergli rimprovero, perché la Sua generosità verso gli uni non và a detrimento della giustizia verso gli altri.

Struttura della parabola in breve:

I personaggi principali sono:

            *Il Padrone della vigna

            *e i lavoratori assunti in diverse ore (indicati come primi e ultimi)

La vicenda si svolge in due fasi che coprono tutta la giornata e sono introdotte da due espressioni temporali:

1) «all’alba» (v. 1) - In questa fase avviene l’assunzione dei lavoratori (20,1-7)

2) «venuta la sera» (v. 8) - caratterizzata dalla remunerazione dei lavoratori (20,8-15).

*Nella prima parte (20,1-7) il padrone di casa (oikodespótes) va di buon mattino sulla piazza a cercare braccianti giornalieri per la sua vigna. A varie riprese lungo la giornata trova ed assume cinque diversi gruppi di braccianti:

Il primo reclutamento avviene all’alba (prōi), inizio della giornata lavorativa, la quale, cominciando alle sei della mattina, dura all’incirca dodici ore.

*         Soltanto con questi primi operai il padrone concorda (=symphōneō) espressamente il salario di un denaro (dēnarion) al giorno che, secondo l’abitudine del tempo, veniva pagato alla sera (Lv 19,13; Dt 24,15; Tb 4,14).

*         La giornata è scandita dalle uscite del padrone per assumere altri operai. Con quelli che alle nove del mattino, delle 12 e delle 15 egli non si accorda sul pagamento, ma promette di dare «quello che è giusto».

*         Mentre le assunzioni tra le nove e le quindici sono descritte sinteticamente, l’ultima quella delle diciassette, viene messa particolarmente in rilievo da un dialogo tra il padrone e quegli operai dell’ultima ora. Il primo li interroga sulla ragione della loro disoccupazione e i salariati rispondono che nessuno li aveva chiamati a lavorare. Allora il proprietario della vigna manda anche loro a lavorare ma senza pattuire alcun compenso.

*Le diverse convocazioni dei salariati nella loro regolarità, alludono alla continua chiamata da parte di Dio del suo popolo.

*Il calare della sera introduce la seconda parte (20,8-15) che si svolge nella vigna. Al momento di fare i conti il proprietario della vigna è chiamato «signore» o «padrone» (kyrios). In questa parte si descrive il pagamento degli operai incominciando dagli «ultimi» fino ai «primi» (20,8-10), la protesta dei lavoratori assunti per primi (20,11-12) e la risposta del padrone che ha l'ultima parola(20,13-15).

La giustificazione del padrone per la propria generosità è un misto di semplici affermazioni e di domande retoriche.

Essa che è costruita mediante tre interrogativi, si basa su due argomentazioni:

*gli operai della prima ora sono stati pagati secondo l’accordo stipulato;

*il padrone ha diritto di fare del proprio denaro l’uso che vuole.

Questa parabola è più scandalosa di altre perché tocca proprio l’economico che a noi interessa, e mette in evidenza la nostra logica matematica.

Per noi, infatti, non è giusto che a chi lavora un’ora venga dato il salario di un giorno. E noi ce l’abbiamo con Dio perché è buono con gli ultimi.

Questi versetti mettono in evidenza il dramma del giusto. I giusti si arrabbiano che Dio dia se stesso per amore e per grazia: vorrebbero il salario del loro sudore. Ma qualunque salario del nostro sudore non sarà Dio. Dio non è oggetto di guadagno o di perdita. E i giusti si incattiviscono perché Dio è grazia, amore e perdono.

Quindi, questi giusti fanno l’unico peccato vero contro Dio: è l’uomo religioso che non accetta che Dio sia misericordia, è l’uomo buono che non accetta che il cattivo sia graziato da Dio.

Per Dio anche una sola giornata, o un’ora sola passata al suo servizio con una grande intensità di amore, potrebbe avere lo stesso valore – se non addirittura un valore maggiore - di una vita intera spesa per Lui ma tiepidamente.

Interpretazione del testo

v.1      Il testo della parabola comincia così: “Il Regno dei cieli è simile ad un padrone di casa”.

Il mistero del regno dei cieli non è paragonato ad una situazione, a un fatto o a una circostanza: il regno dei cieli è paragonato ad una Persona. Il regno dei cieli è infatti una PERSONA. Il regno dei cieli è dunque simile a “un padrone di casa”.  Il regno dei cieli, nell’insegnamento di Gesù, non è simile a una lista di cose da fare per andare d’accordo con Dio. Certo, Dio si aspetta da noi anche delle scelte concrete e delle realizzazioni quotidiane, ma in primo luogo, e soprattutto, esige di essere conosciuto e amato al di sopra di tutto e di tutti. Le opere particolari vengono dopo. E’ dunque innanzitutto la sua Persona che ci chiama ad un incontro, a un dialogo intersoggettivo.

*L’uscita all’alba

Il regno dei cieli è simile a un padrone che esce di casa all'alba per cercare operai. Questo padrone di casa è descritto nell’atto di uscire all’alba, e non durante la notte. L'espressione cronologica "all'alba" indica almeno due concetti:

            1) L’azione di Dio (che consiste nell'uscire per incontrare e chiamare) non è mai un’azione assimilabile alle tenebre; essa è sempre produttrice di luce, manifestandosi in concomitanza del sorgere dell’alba. In ciò si coglie anche un criterio di discernimento che ci viene dato per non confondere l’opera di Dio con quella del suo nemico. Essendo un'azione produttrice di luce, dunque, l'azione di Dio è sempre un'azione buona e con un intento salvifico.

            2) L’opera del padrone di casa (che è figura di Dio) che inizia con le prime luci dell’alba riveste anche un altro significato: *Dio agisce in modo graduale e progressivo nella nostra vita, come la luce del giorno che cresce di intensità a poco a poco. Egli ci conduce alla santità facendoci passare sapientemente dal meno al più. Non ci chiede subito quel che non siamo ancora in grado di dargli, ma pretende giustamente di più in proporzione al molto che ci dà lungo il cammino. Per questo il libro dei Proverbi si esprime in questi termini: “La strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio” (4,18).

Quindi, la grazia di Dio nella nostra vita non è come una luce improvvisa e folgorante che ci acceca( la parabola non comincia dicendo che uscì a mezzogiorno),  ma una illuminazione graduale, così come il nostro cammino di santità. Il padrone di casa esce all’alba, la sua opera comincia con le prime luci dell’aurora ma non si ferma lì e prosegue alle nove del mattino, poi a mezzogiorno, poi alle tre, poi alle cinque del pomeriggio (chiama fino all'ultima ora della nostra vita terrena).

*La ricerca degli operai

Gesù continua dicendo che questo padrone di casa, che esce all’alba, ha* uno scopo ben preciso: prendere lavoratori per la sua vigna. In questo senso cogliamo un carattere essenziale di Dio: è un Dio che associa a sé l’uomo nelle proprie opere.

È dunque Dio, cui appartiene il Regno che prende l’iniziativa di reclutare gli operai che gli occorrono: questo Dio non ci vuole lasciare oziosi ai margini della vigna, ma vuole dare valore alle nostre opere.

Il padrone di casa che esce per prendere dei lavoratori non va dunque alla ricerca di chiunque, ma soltanto di coloro che sono idonei a diventare suoi collaboratori nell’edificazione del suo regno. Vale a dire: uomini disposti alla fatica, gente che non sfugge la sofferenza, che non cerca continuamente la via più breve o le soluzioni più semplici e meno impegnative. Gente disposta a lavorare «nella sua vigna».

           

*Il fatto che Dio cerchi dei lavoratori per la sua vigna ci fa interrogare anche sul cosa significhi essere lavoratori di Dio.

La spiegazione a questo quesito si può trovare nella risposta di Maria, all’angelo che le annunciava la divina maternità e che contiene l’esatto punto di vista circa il senso del servire Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38) . Essere serva del Signore per Maria non significa fare qualcosa per Dio ma lasciarlo libero di agire nella propria vita così come Lui vuole. Il servizio di Maria nei confronti di Dio è tutto qui e di fatto non c’è altro da fare perché chi ha dato a Dio lo spazio assoluto di fare della propria vita quello che gli pare non può fare niente di più, ha già toccato il vertice dell’amore.

Possa crescere anche in noi il desiderio travolgente di vivere al servizio di Dio: diventi questa la nostra ragione di vita.

*Prendere lavoratori “a giornata

Nello stesso versetto si dice che il padrone uscì per prendere lavoratori “a giornata”. Questa espressione temporale allude ad almeno due cose.

*La prima: questa giornata di cui qui si parla è anche il modo evangelico di pensare alla nostra vita terrena. Essa non è la vita definitiva: è solo la prima fase della nostra esistenza, la fase transitoria, ossia una vita che somiglia a un giorno che passa rapido. Una giornata è il simbolo del tempo che intercorre tra nascita e la morte e dove l’unica sapienza è quella di non sciupare questo tempo breve di una giornata, durante la quale abbiamo la preziosa possibilità di scegliere di lavorare con Lui e per Lui, o di seguire le nostre strade.

*C’è poi un secondo significato:collaborare col Dio vivente significa accettare di lasciare il domani nelle sue mani. Con Lui si lavora sempre “a giornata”, nel senso che Egli suole fornire al cristiano tutto quello che gli serve per “l’oggi”, esigendo fiducia incondizionata per ciò che sarà il domani.

Il nostro coinvolgimento nel disegno di Do e nella sua storia non ci rende mai consapevoli di ciò che sarà domani. Noi siamo chiamati a lavorare oggi e soltanto nell’oggi abbiamo tutta la luce necessaria per compiere quello che Dio ci chiede.

Quanto detto, possiamo comprenderlo meglio al momento in cui ci troviamo di fronte ad un problema (una malattia, uno stato economico precario...ecc.); in questo caso, la cosa migliore che possiamo fare, è affidarlo a Dio e aspettare che il Signore stesso ci indichi la strada passo dopo passo per affrontare quella situazione. Ma, il più delle volte, accade che se la "soluzione" al nostro problema tarda ad arrivare...siamo noi stessi che iniziamo a cercarla puntando sulle nostre forze; ed è lì che iniziamo a vacillare: ci lasciamo prendere dall'angoscia, dalla paura, iniziamo a sprofondare e, nell'oggi, perdiamo il contatto con Dio, non riusciamo più a sentire la sua voce. Ma, al contrario, se siamo fiduciosi nel Signore, Lui ci darà la serenità, la pace e la forza che ci permetteranno, nel quotidiano, di seguire le sue indicazioni. Solo così, percorreremo, passo dopo passo, quel sentiero che ci porterà a realizzare il progetto di Dio e capiremo anche perchè quel problema si è presentato nella nostra vita.

v.2Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.

Una volta scelti i collaboratori, il padrone si accorda con loro per un denaro al giorno. C’è dunque una retribuzione concordata fin dall’inizio con gli operai della prima ora.

Un denaro: Corrispondeva al salario giornaliero di un lavoratore agricolo oppure alla spesa media di una giornata

C’è un accordo, un patto, una promessa di un denaro: e un denaro è ciò che ti concede di vivere: la promessa di Dio è la vita, come salario dà la sua vita, ci dà se stesso. Per cui il salario degno dell’uomo è Dio stesso.

A ben riflettere si può pensare che Cristo sia il denaro: il senso più avanzato della parabola sembra essere questo: il Padre promette fin dal mattino il suo Cristo e poi lo dà a tutti. Non può dare di più ai primi perché quello che dà è tutto, il suo Cristo (sia a quelli del patto che agli altri) gratuitamente: a Israele e alle Genti – cioè a tutti. Adesso è venuto il momento in cui il denaro non è solo di qualcuno ma di tutti.

Noi che siamo servi del Signore dobbiamo esultare per aver ricevuto il danaro e non avere pace finché non sia dato a tutti, agli operai dell’alba come quelli dell’ultima ora, e a tutti i popoli».

vv.3-4 Uscito poi verso le nove del mattino ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò, ed essi andarono.

Si capisce che questo padrone è contro la disoccupazione, a tutti i costi. Ogni uomo deve essere occupato: cioè deve poter vivere, deve poter amare, deve avere la pienezza di vita, che è l’unica occupazione degna dell’uomo.

*Ai primi promette quello che è giusto, il salario concordato;

*ai secondi invece dice: Vi darò quello che è giusto.

Che cos’è giusto per chi arriva tre ore dopo? Non lo dice. Capiremo dopo qual è la giustizia di Dio. La giustizia di Dio, vedremo, è quella giustizia che è eccessiva, che è la giustizia del Regno. Ma gli operai non lo sanno e si fidano. Quindi sono affidati a questa giustizia e pensano: speriamo ci vada bene, comunque abbiamo niente da fare, almeno qualcosa ci darà.

*La fiducia  

La fiducia dà un particolare colore e una particolare bellezza al servizio; al contrario la sfiducia toglie valore e qualità al nostro servizio di Dio.

Quelli che cominciano all’alba, lavorano invece con un animo diverso, che poi si manifesterà esplodendo nella ribellione aperta.

Soltanto alla fine, cioè al momento della retribuzione, diviene chiaro il disinteresse di quelli che hanno iniziato a lavorare nelle ore successive. Questa disposizione d’animo carica d’amore quel servizio che i primi hanno fatto soltanto come lavoratori dipendenti; in sostanza, questi operai presi successivamente aggiungono al loro servizio un carattere più profondamente umano, fatto di fiducia verso il datore di lavoro.

L’intensità d’amore con cui essi lavorano nell’ultima parte della giornata, riempie di valore una fatica che, quantitativamente è breve, ma qualitativamente supera un lungo servizio fatto senza amore. Questa intensità d’amore arricchisce quell’ultima ora di lavoro come se fosse una giornata intera.

vv.6-7 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: andate anche voi nella mia vigna.

            «verso le cinque»: questo particolare, del tutto inverosimile, sottolinea la «bontà» del Padrone che non dalla necessità, ma dalla sua generosità è mosso ad ingaggiare sempre più operai e questo avviene anche nell'ultima ora disponibile per lavorare.

Non ci sono esclusi, il reclutamento è completo; il Padrone è uscito, con suo scomodo personale, 5 volte, numero (insieme al 50, suo multiplo) della totalità e della pienezza dell’opera compiuta. Il Signore, con le sue 5 uscite, ha chiamato tutti a far parte della sua Alleanza: nessuno è escluso.

Si noti che:

*agli operai ingaggiati verso le cinque di sera non promette niente, gli dice soltanto di andare anche loro a lavorare nella sua vigna.

Così si conclude la prima parte della parabola in cui si vede che tutti gli uomini sono chiamatati a tutte le ore. Con questi ultimi però c’è qualche dettaglio in più; infatti dice loro: perché state qui a far niente? Si preoccupa per loro: non li colpevolizza, è lui preoccupato. Loro dicono: nessuno ci ha preso. È interessante, non hanno colpa: nessuno ci ha preso. Perché nessuno li ha presi? Forse perché non erano validi, forse perché non erano bravi: anche noi lasciamo un po’ ai margini le persone che valgono poco, le lasciamo perdere. Con questi il padrone della vigna si preoccupa molto e va a vedere.

La risposta degli operai dell’ultima ora allude *dunque, a una possibile responsabilità della Chiesa e della comunità cristiana, “Nessuno ci ha presi a giornata”. Dietro queste parole forse c’è il vuoto di una testimonianza cristiana talvolta incapace di attirare, di far percepire con una vita pienamente trasparente il fascino e l’innamoramento di quella vita vissuta in Dio.

Noi cristiani ce ne stiamo spesso chiusi nel nostro guscio, viviamo in maniera tiepida la nostra fede e non riusciamo a trasmettere la bellezza di stare col Signore

Questi operai non sono degli scansafatiche; avrebbero desiderato impegnarsi nel lavoro, ma nessuno li ha coinvolti in un progetto, per il quale valesse la pena di faticare. Dietro questi operai dell’ultima ora si nascondono forse tutti gli uomini di buona volontà, ai quali la cattiva testimonianza di quelli che si professano cristiani ha impedito di arrivare alla fede, costringendoli a un itinerario di ricerca di Dio più lungo e più sofferto.

Immaginiamoci la tristezza e la sofferenza di una vita trascorsa lontani da Dio.

*L’uscita a determinate ore e i tempi di grazia

Notiamo pure che questo padrone, protagonista della parabola, esce successivamente a diverse ore, presentandosi più volte sulla piazza nel corso della giornata.  Gesù non descrive questo padrone come un uomo che circola continuamente sulla piazza, come se fosse a continua disposizione di coloro che lo cercano; Dio non si può incontrare quando si vuole, perché è Lui che si lascia incontrare nei tempi di grazia da Lui stesso predisposti per ogni uomo; per questo il padrone della vigna non è sulla piazza continuamente.

La presenza del padrone non è dunque stabile né prevedibile: passa quando dice lui, e invita quelli che vuole a seguirlo. Così, uno dopo l’altro gli esseri umani entrano nella sua Alleanza, diventando collaboratori di Lui nella realizzazione del disegno di salvezza.

Non è un caso che nel vangelo Cristo è descritto sempre nell’atto di passare, mai nell’atto di fermarsi in un luogo e risiedervi. Cristo è la grazia itinerante, è il passaggio continuo dell’Amore su questa terra, un passaggio che appunto va colto nel momento opportuno. Probabilmente è proprio questo il senso delle parole di Agostino d’Ippona quando parlando di un suo particolare timore dice: “Ho paura del Signore che passa”. Il fatto che in certe circostanze della vita Cristo ci passa vicino, e la possibilità non remota che questo passaggio sia vanificato dalla nostra cattiva risposta, costituiva il timore di Agostino. Un timore certamente giustificato dalla grandezza di ciò che si perde qualora questo passaggio fosse vano.

Il fatto che gli operai dell’ultima ora aderiscono, e che questa loro adesione li equipara a coloro che hanno aderito fin dall’inizio, ci dà possibilità di una speranza per la quale se anche avvenisse di accogliere la grazia che passa all’ultima ora del nostro giorno, il tempo precedente non è perduto. Il tempo nelle mani di Dio ha un valore che Lui stesso stabilisce. Così il ladro che muore accanto a Cristo va in paradiso con Lui come se avesse servito Dio tutta la vita.

Quindi, quando il nostro tempo, entra nel tempo di Dio, quando la nostra vita si innesta in quella di Dio: Il passato non è perduto ma è misteriosamente recuperato in un atto di fede perfetta ed  entriamo nell’anno giubilare, nel tempo della grazia che non finisce più.

*Sequela di Cristo

Il Signore dunque passa e chiama alla sua sequela e così fa Gesù.

Gesù è un Rabbì (un maestro, un esperto della Sacra Scrittura). Ma, a differenza degli altri Rabbì che venivano scelti dai genitori per i figli...Gesù chiama Lui i suoi seguaci. 

Essere alla sequela di Cristo significa: abbandonare la propria vita, le proprie abitudini, lasciarsi cambiare radicalmente da quello sguardo. Uno sguardo che è luce, verità e non può lasciare indifferenti.

Questo accade pure a Levi (Matteo) l'autore di questa parabola. Matteo era un ebreo e pubblico peccatore e Gesù lo chiama proprio mentre svolge il suo lavoro illecito di riscuotere tributi divenendo addirittura discepolo di Gesù. Quando incontra lo sguardo del Signore, Matteo non esita ad abbandonare quello che fa. Non dice: "Signore, aspetta un attimo che finisco di riscuotere i tributi delle ultime persone e poi ti seguo". La decisione è immediata: si ha l'esigenza di chiudere col peccato e seguire Dio. Sì, perchè alla luce di Dio, quel peccato è diventato evidente, insopportabile. Vuoi seguire quello che ti dona pace, gioia, serenità; non puoi restare indifferente.

Incontrato il Signore, niente può essere più come prima. Il Signore non smette mai di cercare e non dimentica nessuno, in modo particolare gli ultimi. A ognuno di noi dice senza tregua: " ho fame della tua presenza... non sarò sazio finchè non sarai in me, ho sete della tua anima, vieni a me e dammi ristoro,  sono ancora uno straniero per te..ospitami nel tuo cuore, sono nudo...rivestimi con la tua presenza, sono malato...risanami col tuo amore, sono prigioniero della sofferenza nel vederti schiavo delle cose del mondo...vieni a me..ritorna libero e vivremo nella gioia eterna". Gesù il primo, il più grande di tutti, il Santo dei santi si fa ultimo per venirci a prendere e unirci a sè.

Gesù ci vuole dire: "sono venuto per te! sono venuto a dare un comandamento nuovo:" che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri " (Gv  13,31-33a. 34-35)  E ogni volta che tu hai amato i tuoi fratelli hai amato me....e io voglio donarti la salvezza...Ti apro le porte del Regno. E' tutta una questione d'Amore.

Allora impariamo ad amare soprattutto là dove ci risulta più difficile se non impossibile.

Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano... Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Lc (6,27-38)

Impariamo a guardare e ad agire con l'ottica di Dio. E' importante puntualizzare che Satana non sopporta Dio, non sopporta l'Amore e non sopporta quelli che amano al punto da trovare ripugnante stargli accanto. Quindi, se vogliamo allontanarlo dalle nostre vite dobbiamo semplicemente imparare ad amare. Via via ci accorgeremo che pure i rapporti con i "nemici" cambieranno perchè davanti alla potenza dell' Amore il maligno è disarmato, non può nulla.

v.8 Quando fu sera il padrone della vigna disse al suo fattore: chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi.

Con questo versetto inizia la seconda parte del racconto occupata dal pagamento del salario.

La giornata faticosa è terminata, il lavoro è compiuto; il Padrone conosce la Legge, Lui per primo l’ha formulata, Lui per primo la rispetta: «Il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino» Lv 19,13

«chiama e paga»: I lavoratori a giornata erano abitualmente pagati la sera stessa per il lavoro svolto. La cosa sorprendente è che il pagamento *inizia dagli ultimi arrivati e che *tutti i lavoratori ricevono la stessa paga.

           

Partire a pagare «dagli ultimi» fino ai primi non è un capriccio del Padrone, ma, ha uno scopo didattico ben preciso: mostrare ordinatamente, a tutti, la sua bontà.

vv. 9-10 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno.

Qui scopriamo cosa intendeva il Padrone con l'espressione: "quello che è giusto ve lo darò". Vengono gli ultimi, ciascuno riceve 1 denaro, benché non pattuito, la paga di una giornata lavorativa intera.

É il «giusto» per il Signore; un gratuito esuberante.

*Benché in diversa proporzione, agli occhi umani, ricevono un denaro anche gli operai delle ore 3a 6a e 9a ; tutti accolgono la paga con entusiasmo, sorpresi e grati di tanta benevolenza.

*Il pagamento avviene davanti a tutti, per cui i primi si presentano immaginando di prendere di più, dimenticando il patto per un denaro.

E un denaro ricevono secondo contratto.

Sotto c’è un significato profondo: il Signore non può dare a nessuno meno di un danaro perché serve per vivere.

Dio non può dare di meno di se stesso. Dà tutto. Anche a chi arriva all’ultima ora. Anzi chi arriva all’ultima ora lo chiama per primo perché dice: hai penato tanto, gli altri almeno dal mattino erano sicuri di avere già tutto fino a sera; tu che hai vissuto nell’ansia le undici ore della tua esistenza, arrivato alla dodicesima vieni prima, almeno hai subito un respiro di sollievo. 

Quello che emerge da questa parabola è che non saremo retribuiti solo secondo le nostre opere ma, saremo retribuiti anche secondo la grazia.

Nessuna nostra opera produce Dio e Dio ci dona se stesso per grazia e questo lo vuole dare a tutti.

Quelli che vogliono di più da Dio, non hanno capito che Dio dà se stesso. Quindi disprezzano ciò che ricevono, disprezzano Dio. Vogliono ridurre Dio a un prodotto del loro lavoro. Vogliono comprare Dio con il loro lavoro. Vanno direttamente contro Dio . Non hanno capito che lavorare dal mattino è questa la grande opera; la retribuzione consiste nel fatto che dal mattino lavoro con Lui. È l’essere con Lui la retribuzione. Che è uguale a quella che viene data a chi arriva alla fine.

***La grazia è l’essere arrivato prima: è un dono. La grazia è anche l’essere arrivato dopo: è un dono. Chi arriva ultimo lo capisce meglio

           

I primi pensano di ricevere di più: hanno lavorato non per ricevere Dio, per entrare in comunione ed essere come Lui; hanno lavorato per altri fini. Per essere ricchi. Come se la ricchezza, la giustizia valessero più di Dio, del suo amore gratuito. Cioè, in fondo, si sono serviti di Dio per raggiungere la propria bravura, la propria giustificazione, la propria giustizia. In realtà, sono fuori dalla grazia.

I lavoratori della prima ora pretendono. Pretendono più grazia, come se la grazia fosse oggetto di merito. Chi fa così non ha capito una cosa: non ama il fratello, perché altrimenti sarebbe contento se il fratello ricevesse un dono. E non ama il Padre che ama il fratello, quindi è totalmente fuori dall’economia di Dio.

vv.11-12 Nel ritirarlo però mormoravano contro il padrone dicendo: questi ultimi hanno lavorato per un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 

Il giusto cosa fa per mestiere? Brontola contro gli altri. Guarda quelli lì come sono! Un minimo di decenza! A me tocca faticare, a me tocca fare… e loro guarda!  Giustamente verranno puniti o almeno io riceverò un giusto premio perché sono stato veramente bravo.

Ci sentiamo molto a posto mentre l’altro serve da piedistallo. Però quando sperimentiamo la fatica di esser bravo, abbiamo rancore come il fratello maggiore che dice: il minore ha speso tutto in divertimenti e prostitute e io qui a lavorare. 

Il rancore è un sentimento tipico del giusto. E di fatti quando abbiamo rancore noi? Quando ci sentiamo giusti e subiamo un torto ingiusto.

vv. 11-12 «mormoravano»: peccato gravissimo ma molto comune.La loro reazione è di mormorazione contro il padrone: il verbo greco gongyzo ha un suono onomatopeico che richiama il borbottio, il mugugno, ed esprime la voce della vigliaccheria, il lamento che serpeggia senza il coraggio di uscire allo scoperto.

Per loro, il Padrone si comporta in modo ingiusto, dando la stessa ricompensa per prestazioni disuguali. Gli operai che protestavano infatti non si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato la paga; essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica.

Il lamento esplicita il pensiero sulla giustizia: denuncia infatti una pretesa ingiustizia e reclama una paga maggiore, perché i primi fanno il confronto con gli ultimi. I primi si lamentano di aver sopportato il peso della giornata e il caldo: questa fatica era prevista e la paga era concordata; solo il confronto li amareggia. Chiaramente manifestano la logica di una giustizia mercantile, per cui il costo è in stretto rapporto di proporzione col servizio.

*La RISPOSTA del Padrone e l’INSEGNAMENTO della parabola

La mormorazione degli operai della prima ora serve a provocare la risposta del Padrone, che contiene l’INSEGNAMENTO della parabola.

Ma il punto di vista del padrone, reso noto nel suo intervento finale, fa capire come il suo comportamento sia mosso da un’altra logica.

vv. 13-15 – Puntuale arriva la risposta, data «ad uno di essi » a voce alta, (in contrapposizione alla mormorazione che serpeggia in maniera vigliacca) affinché anche gli altri intendano.

Il proprietario della vigna risponde mediante un triplice interrogativo.

            1*Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te.

Nel primo egli rievoca l’accordo sul salario di un denaro al giorno.«amico»: Il discorso diretto del padrone si apre con un vocativo: «Amico, io non ti faccio torto». Non è espressione dolce di affetto, bensì un tipico modo orientale di parlare duro: in greco non si adopera philos, ma hetàìros che indica propriamente un «socio o collega» persona con cui si è stretto un patto. Nel nostro linguaggio corrisponde a: «Ehi, tu!».  . Lo chiama «amico» semmai  perché Lui non è «nemico» e gli ricorda il contratto stipulato.

Il padrone della vigna è a posto non solo da un punto di vista della giustizia contrattuale, ma anche da quello della giustizia evangelica. Egli infatti ha ricompensato gli operai della prima ora secondo ciò che aveva pattuito, ma nulla toglie che possa ripagare con longanimità i lavoranti assunti in seguito, con i quali non si era messo d’accordo sul compenso.

Il Padrone della vigna dice: " Amico, io non ti faccio torto....". Io voglio essere buono con te ma anche con gli altri che sono i miei figli e i tuoi fratelli...voglio essere buono soprattutto con chi mi ama.

Non ti faccio torto....non sono solo buono ma sono anche giusto: non sto venendo meno al patto con te, sono fedele all' accordo preso. Se non ti sta bene la mia logica di Amore e di Salvezza, se proprio non mi riconosci come Padre e loro come i tuoi fratelli, accontentati del tuo misero denaro, prendi la tua ricompensa materiale (perchè in fondo è quella che vuoi..non vuoi me)...prendi questo denaro insieme alla tua superbia, alla tua invidia, alla tua gelosia, al tuo rancore , alla tua rabbia e vattene. Esci fuori dalla vigna; vattene perchè questi sentimenti qui non possono regnare...questi sentimenti non sono dei figli di Dio.

Ma attenzione, non sono io che ti caccio, scegli tu liberamente. Sappi che qui, nella mia vigna vige la logica dell'amore, dell'accoglienza e della collaborazione. Il frutto prodotto dalla vigna è proprio l'amore per Dio e per il prossimo.

Là fuori invece c'è spazio per chi, accettando la logica del mondo, esce automaticamente dalla grazia di Dio.

La scelta è sempre nostra...scegliamo noi se essere primi o ultimi, se accogliere la nuova logica proposta da Dio o se limitarci a ciò che ci offre il mondo. La scelta è nostra perchè per Dio siamo tutti uguali e ci vorrebbe tutti con sè. Di fronte a Dio, sul terreno della grazia, non esistono primi e ultimi; il suo regno è un regno di uguali perchè tutti sono oggetto in ugual modo della sua grazia redentrice.

            2*"Non posso fare delle mie cose quello che voglio?

È lecito o no che Lui faccia «del suo» quanto vuole, la giustizia ed insieme la bontà. Certo gli ultimi hanno lavorato di meno; ma hanno bisogno come i primi.

I due criteri, la giustizia e la bontà non solo non si escludono, ma alla fine sono il medesimo comportamento e il datore di lavoro insiste sul suo diritto di essere generoso. Dando agli uni non toglie nulla agli altri.

Il criterio del giudizio di Dio armonizza sempre i due poli inseparabili della Misericordia e della Giustizia. Dio non è mai misericordioso in modo da essere ingiusto, né mai giusto in modo tale da essere inflessibile. Egli agisce sempre con generosità, mai però contro la giustizia. Gli operai della prima ora vengono retribuiti secondo la somma pattuita, pur per un lavoro fatto senza amore, e perciò cattiva qualità agli occhi del padrone; essi vengono retribuiti con giustizia, così come coloro che hanno lavorato amando, fidandosi del loro datore di lavoro e senza giudicarlo, vengono retribuiti con una generosità che non danneggia nessuno.

Dal punto di vista di Dio quello che allora conta, è questo: Non la quantità di opere fatte al suo servizio, né la durata di tempo, bensì l’amore con cui si serve Dio e il prossimo.

           

            3*Oppure tu sei invidioso (il tuo occhio è cattivo) perché io sono buono?" :

L’ultimo interrogativo con cui si chiude la parabola, ripropone il conflitto tra la benevolenza del padrone e la malignità degli operai che vengono accusati di avere l’«occhio malvagio». L’espressione che ha le sue radici nella tradizione biblica, è ripresa da Matteo per indicare la malvagità umana che porta a una distorta interpretazione dell’azione di Dio. La loro empietà emerge proprio a confronto con la bontà gratuita del padrone nei confronti dei lavoratori dell’ultima ora.

Elemento fondamentale è che la condotta di Dio è indipendente da ogni giudizio umano. Chi può chiedere conto a Dio della sua condotta?

L’uomo è il suo servo e non può presentarsi davanti al Signore per vantare diritti.

L’uomo non ha mai il diritto di presentare a Dio la fattura.

E' importante comprendere che:

-Il Signore è l'unico Padrone della vigna;

-noi siamo solo operai al suo servizio: non importa se chiamati prima o dopo, la cosa più importante è svolgere quel servizio con AMORE. E' l'amore che feconda la terra e fa in modo che il nostro lavoro produca frutto. Senza amore, quella terra rischia di diventare sterile.

In questa vigna è necessario il lavoro di tutti...è talmente grande che nessuno può coltivarla da solo con le sue forze.

Il Signore chiama i primi operai che sono quelli che si occupano di tutte le fasi necessarie alla vigna (gli Israeliti, coloro che sono stati da sempre cristiani): arano, coltivano, potano, stanno sotto il sole, sopportano interamente il peso della giornata, fanno tanti lavori anche pesanti...ma, in tutto questo dovrebbero avere la gioia e la consapevolezza che la loro vita è al sicuro perchè sono sotto lo sguardo e la protezione amorevole del Padrone che in maniera premurosa è insieme a loro, giorno dopo giorno.

Questi operai dovrebbero essere felici di veder arrivare nuove braccia pronte a condividere con loro il peso delle cose da fare...seppur le ultime (perchè sanno che la vigna è molto grande). Di fatto, molti arrivano anche all'ultima ora...quando la giornata volge alla sua fine.

Accade però che spesso i primi non accettino la presenza degli ultimi, si adirano perchè si vedono usurpati dei loro meriti, non accettono che gli "arrivati dopo" possano ricevere un uguale trattamento e addirittura la loro stessa ricompensa. Rimangono così schiavi e vittime del loro egoismo, del loro amor proprio e di una logica del mondo meschina e calcolatrice. Mormorano, borbottano, criticano, rinfacciano...pretendono che il padrone faccia come dicono loro.

Nessuno di loro, probabilmente, si è mai preoccupato di coinvolgere altre persone "disoccupate". Questi primi sono vittime del loro egoismo: sanno che nella vigna c'è tanto lavoro da fare: è scritto " La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perchè mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi". (Lc. 10,2-3).

Il Signore stesso, dunque, ci invita ad uscire e ad evangelizzare.       

Ma, nella loro logica, questi primi non coinvolgono altri per paura di perdere il loro lavoro, la propria posizione e nel timore che le gratificazioni per il loro lavoro svolto fino a quel momento, vadano a qualcun altro. Così, intimoriti, preferiscono non rivelare ad altri la presenza di quella vigna dove in realtà c'è posto per tutti.

Allora è lo stesso Padrone che si preoccupa di uscire più volte per cercare nuovi operai: Lui esce alle 9, alle 12, alle 15, alle 17.

Tutte queste chiamate, oltre a donarci la speranza, richiamano alla mente tutte quelle conversioni vere e folgoranti avvenute ad un certo punto della nostra vita. Quanti di noi hanno sperimentato da grandi questo incontro speciale col Signore, quante chiamate sono arrivate da adulti.

Per la persona chiamata c'è una gioia talmente grande nel cuore per aver incontrato Dio che la spinge quasi ad essere triste al pensiero del tempo trascorso senza di Lui. Si inizia inevitabilmente a pensare a quanto sia stata vuota la sua vita, a quanto tempo sprecato, a quanto fossero prive di sostanza le cose fatte. Ma, allo stesso tempo, nasce un desiderio enorme e irrefrenabile di recuperare il tempo perduto, e quell' attesa ora prepara il cuore ad accogliere e a donare amore! Quell'attesa suscita un attaccamento a Dio e alle sue cose e un desiderio di stare al suo servizio, enormi.

Quindi ci si getta con ardore, a capofitto, in quella vigna. Si desidera dare il massimo. La persona chiamata vuole che tutti conoscano la Bontà eccessiva di quel Padrone che non smette mai di chiamare. Chi viene chiamato dopo, diventa talmente partecipe di quel progetto e grato al punto di non curarsi della "quantità" della ricompensa. Lascia fare al Padrone, si fida di Lui certo di essere ricompensato. Sa che il suo tesoro più grande è proprio stare con Dio.

Forse fino a quel momento, queste persone erano state invisibili agli occhi di tutti, forse fino ad ora nessuno le aveva mai apprezzate, forse avevano vissuto la vita da perdenti....ma ora qualcuno le chiama e le coinvolge, le fa sentire importanti, dà loro la dignità che avevano perso e loro, davanti alla bontà e alla misericordia estrema di quel Signore rimangono folgorati, e il loro cuore non può che aprirsi e accettare senza riserve quella chiamata.

* "SEGUIMI" 

Davanti alla domanda del Padrone che chiede: " perchè ve ne state qui oziosi?" In quel momento, il loro sguardo incontra lo sguardo di Dio, si riempe di una luce che li attraversa dalla testa ai piedi ed esplode dentro di loro: è una luce che risana...improvvisamente loro vedono la verità e non possono più stare al buio..tutto è chiaro.

E' il Signore che passa e che chiama, è la grazia itinerante,la nostra possibilità di salvezza, è il Signore che dice: "Seguimi". Ma, il "SEGUIMI"  pronunciato da Gesù non è solo un suono astratto, una semplice parola...ma è qualcosa di concreto e potente: è parola incarnata; è soffio dello Spirito Santo che incontra, avvolge, travolge e sconvolge la persona a cui è diretta.

Quelle persone comprendono che, fino a quel punto, la loro vita si muoveva ai margini di quella vigna...nessuno le aveva coinvolte in un progetto di vita (sempre coinvolte in progetti di morte)...tutto ciò che facevano lo facevano senza Dio. Ma ora è Dio che li coinvolge nella sua Alleanza e dà senso alla loro vita; ora arriva qualcuno che dà la vita.

Quando le nostre opere, la nostra vita, il nostro pensiero e ogni parte di noi si uniscono a Dio, tutto cambia, ci sentiamo felici e appagati. Quando c'è Dio con noi e noi siamo con Lui, tutto acquista un significato, una luce nuova, tutto viene fatto con amore e il nostro cuore si apre, inizia a battere, diventa carne viva e dimora dello Spirito Santo.

E anche la Comunità Liberi in Cristo, in cui siamo stati chiamati, vediamola come la Vigna: come il luogo dell' Alleanza con Dio. Sforziamoci di intreccare fra di noi rapporti fondati sulla sincerità e il rispetto evitando tutti quei sentimenti che non appartengono ai figli di Dio e che non edificano. Non importa il ruolo svolto o se sei arrivato prima o dopo; la cosa importante è servire con amore per avere quella ricompensa che è uguale per tutti: la cosa più importante è stare per sempre con Dio.

*Tutti siamo chiamati ad essere i veri giusti;

Tutti siamo chiamati ad essere i veri giusti; ma per essere giusto bisogna essere piccolo, umile, bisogna farsi ultimo, bisogna mettersi all'ultimo posto affinchè il Signore ci inviti a passare avanti tra i primi; bisogna piegarsi totalmente alla volontà di Dio e lasciarsi condurre da Lui.

Non possiamo essere giusti se, spinti dall'amor proprio, facciamo di testa nostra giudicando Dio e i fratelli.

Anche se siamo cristiani, se apparteniamo alla Chiesa, se facciamo un cammino, il pericolo è sempre dietro l'angolo, Satana ci vuole strappare alla vigna e farà di tutto per confonderci e propinarci le cose allettanti del mondo.

Prestiamo molta attenzione, siamo vigilanti per non cadere nella tentazione; usiamo le armi a nostra disposizione, quelle che Maria ci insegna a Medjugorje: preghiera, lettura della Bibbia, digiuno, confessione, Eucaristia; chiediamo con forza e insistenza la Sapienza (la vera luce di Dio) per discernere il bene dal male.

Se non facciamo questo, rischiamo di diventare oziosi: veniamo tentati facilmente e, a nostra volta, diventiamo tenatori. Purtroppo, per noi uomini, è quasi impossibile essere sempre giusti...questo il Signore lo sa ed è per questo che non smette mai di chiamarci: non vuole lasciarci oziosi e noi, siamo liberi di aderire o meno alla sua proposta.

Il combattimento è proprio qui, in virtù della nostra libertà, è giorno dopo giorno, fino a quello finale che ci proclamerà giusti per sempre o perdenti per sempre.

*Parallelismo tra la Parabola del Padrone buono e la preghiera del PADRE NOSTRO

Questa parabola sconvolgente e sensazionale, a mio avviso, risulta essere la trasposizione del Padre Nostro.

PADRE NOSTRO:Il Padrone diventa il Padre di tutti (nostro)... Gesù non dice Padre Mio..dice nostro e ci apre ad un concetto di Amore Universale

CHE SEI NEI CIELI: è dove Lui dimora e dove ci aspetta per vivere insieme per l'eternità...è il nostro regno, la nostra casa.

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME: benedetto sei tu Padre per quello che sei, per quello che fai, per il tuo amore, perchè non smetti mai di cercarci

VENGA IL TUO REGNO: un regno di pace, di amore, di uguaglianza

SIA FATTA LA TUA VOLONTA' COME IN CIELO COSI' IN TERRA: tutti abbraccino la tua logica di Amore...tutto è nelle tue mani...tutto è pieno di Te.

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO: donaci la ricompensa per aver lavorato nella vigna; non smettere mai di donarci Te stesso, donaci sempre Gesù eucaristia, accompagnaci con la tua grazia giorno dopo giorno lungo il sentiero della vita.

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI: perdonaci Signore e insegnaci a perdonare! Amaci Signore ed insegnaci ad amare

SOCCORRICI NELLA TENTAZIONE: non smettere mai di passare Signore...soprattutto quando siamo nel peccato...quando siamo senza speranza, quando siamo ai margini della vigna oziosi.

E LIBERACI DAL MALIGNO: Che ci vuole strappare alla vita, che ci vuole confondere e rendici operai in grado di lavorare con amore nella tua vigna! Insegnaci a guardare con i tuoi occhi e non con quelli del mondo.

PADRE NOSTRO...di noi tutti...prendici con Te e portaci a casa...nella dimora eterna. Amen

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