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Parabola dei due figli

 

Dal Vangelo di Matteo, Capitolo 21, 28-32 (traduzione nuova CEI - 2008)

"Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì, signore. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?. Risposero: Il primo. E Gesù disse loro: In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli".

Facciamo un minuto di silenzio, durante il quale ognuno di noi individua una o più parole che l’hanno colpito.

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Gesù racconta la parabola dei due figli che sono invitati dal padre a lavorare nella vigna. Il primo figlio rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò (Mt 21,29). L’altro, invece, disse al padre: Sì, signore», ma non andò (Mt 21,30). Alla domanda di Gesù, chi dei due abbia compiuto la volontà del padre, gli ascoltatori giustamente rispondono: Il primo (Mt 21,31).

Il messaggio della parabola è chiaro: non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede. Gesù – lo abbiamo visto in premessa - rivolge questo messaggio ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè agli esperti di religione del suo popolo. Essi, prima, dicono “sì” alla volontà di Dio. Ma la loro religiosità diventa routine, e Dio non li inquieta più.

Domanda: Dio mi inquieta? La Sua Parola mi inquieta o mi lascia indifferente?

Per questo avvertono il messaggio di Giovanni Battista e il messaggio di Gesù come un disturbo. Così, il Signore conclude la sua parabola con parole drastiche: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (Mt 21,31-32). Tradotta nel linguaggio di oggi, l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace, persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli “di routine”, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede.

Così, la parola deve far riflettere molto, anzi, deve scuotere tutti noi. Questo, però, non significa affatto che tutti coloro che vivono nella Chiesa e lavorano per essa siano da valutare come lontani da Gesù e dal Regno di Dio. Assolutamente no! Il servizio all’interno della Chiesa è servizio al Signore Gesù, che va svolto con impegno e responsabilità.

Ma nello spirito dell’insegnamento di Gesù ci vuole di più: il cuore aperto, che si lascia toccare dall’amore di Cristo, e così dà al prossimo, che ha bisogno di noi, più che un servizio tecnico; l’amore, in cui all’altro si rende visibile il Dio che ama, Cristo. Allora facciamoci un’altra domanda, anche a partire da questo Vangelo:

Domanda: Come è il mio rapporto personale con Dio?
Nella preghiera, nella partecipazione alla Messa domenicale, nell’approfondimento della fede mediante la meditazione della Sacra Scrittura e lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica?

Per aiutarci un po’ a rispondere a queste due domande, per smuoverci un po’ dal nostro ruolo di “bravi cristiani”, vediamo un po’ più da vicino la figura di questi due figli, e chiediamoci: in quale dei due mi identifico?

In noi, ci sono entrambi i due figli. Quei due figli sono, in verità, ciò che siamo nel profondo. Essi identificano la doppiezza dell’uomo.

In me c’è il secondo figlio, un figlio che vuole fare bella figura, davanti a Dio, davanti agli uomini. Un bravo bambino sempre disposto a compiacere, a ubbidire. Ma solo nella finzione. Solo nell'apparenza. Significativo, il testo greco dove il figlio risponde “΄εγώ, κύριε”: Io (ci vado), signore! Come dire, io ci andrò veramente, perché sono bravo, non come l’altro figlio che ti ha detto di no!
Mica abbiamo veramente voglia di sporcarci le mani, di andare, sul serio, nella vigna, non scherziamo. Si fatica, lavorando, e tanto, e si suda. E a volte pensiamo “a parole è una cosa, ma nei gesti lasciamolo fare a San Francesco, a Madre Teresa di Calcutta che sono stati chiamati da Dio a fare questo….”

Questo figlio, che è in noi, non vuole davvero lavorare nella vigna, seguendo le indicazioni di Gesù:
• Va', vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi (Marco 10, 21)
• Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (Marco 10, 34)
• Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me (Marco 10, 37)
• Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Matteo 5, 27-28)
• ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Matteo 5, 44)

Impegnarsi a fare tutto questo è pesante. Ma la richiesta di Gesù è chiara: (nome), questa vigna, che è il mondo, ti chiedo di accudire, in questa vigna devi piegare la schiena, fino a farti venire i calli.

La parabola non ci dice che questo figlio non va a lavorare nella vigna perché che cambia idea o incontra un amico o che un contrattempo, anzi, costui non ha proprio nessuna intenzione di andare, fin dall'inizio. Il suo è un atteggiamento puramente esteriore, la richiesta del padre non lo scomoda, non lo interpella minimamente. Come la nostra fede, troppo spesso fatta di esteriorità, di facciata, di riti senza conversione.

Ma in me c'è anche il primo figlio, più aggressivo: in me c’è questo eterno adolescente, irrequieto e scostante. Che soffre le belle maniere e le apparenze, che patisce i propri limiti ma li accoglie nella loro straziante e straniante evidenza. Che vede le contraddizioni negli altri, certo ma, soprattutto, che le vede in se stesso. E non le vorrebbe. E guardando la vigna ha paura. Vorrebbe, certo, ma sa che non è in grado. Il mondo fuori lo spaventa, lo inquieta. Sa bene che appartiene a questo mondo, a questa vigna, ma sa anche di non avere il pollice verde, anzi... Allora bofonchia qualcosa, non ci sta, sbatte la porta. Ma poi va. Almeno per qualche ora, almeno ci prova. Sì, va. E la notizia, la bella notizia, la buona notizia, la notizia folle e destabilizzante è che Dio preferisce il secondo atteggiamento. Preferisce chi è autentico, anche se non esemplare. Preferisce chi ammette il proprio limite e ci prova a chi fa grandi sorrisi e genuflessioni e non muove un dito.
Preferisce chi accompagna un peccatore pubblico nel vedersi diverso.
Preferisce chi aiuta una prostituta a ritrovare la sua dignità di donna.
Preferisce chi aiuta una persona con tendenze omosessuali a riappropriarsi della sua identità di uomo o di donna.

Dio non sa che farsene dei bravi ragazzi, dei bamboccioni, vuole dei figli. Anche se ribelli.

Non c'è nulla da fare: se vogliamo davvero seguire il Dio di Gesù Cristo dobbiamo continuamente convertire la nostra prospettiva per allargare il nostro orizzonte ed accogliere il modo nuovo di essere credenti. Un modo che ha una caratteristica assoluta, principale, non negoziabile: l'autenticità.
Nella parabola, il secondo figlio fa proprio questo: si pente e va a lavorare nella vigna.
Nel testo greco, la parola utilizzata per “si pentì” troviamo il verbo greco ”μεταμέλομαι”, da metà (con, oltre) e melèi (avere cura), tradotto come “avere rimorso”, o “pentirsi” sta proprio a indicare l’essere afflitto per qualcosa di specifico che è stato fatto e il conseguente cambio di scelta, riferito a quel qualcosa di specifico.

E infatti la conclusione di Gesù brucia: le prostitute e i pubblicani vi passano davanti! Il loro rifiuto è stato definitivo e drammatico, hanno detto "no" alla religiosità riservata ai puri. Ma le loro certezze, ora, si sbriciolano davanti al Nazareno che parla di Dio sorridendo.
Si pentono e lo seguono!
Per gli altri, per i devoti, chi sbaglia è segnato a vita.
Per Dio non è così: Dio fa diventare testimoni e discepoli anche i peccatori pubblici. Che stupore! Che fatica! Che sberla!
Fratelli, il nostro rinnovamento, il rinnovamento della Chiesa può realizzarsi soltanto attraverso la disponibilità alla conversione continua e attraverso una fede rinnovata.

In questa pagina di Vangelo, lo abbiamo detto, si parla di due figli, dietro i quali, però, ne sta, in modo misterioso, un terzo. Il primo figlio dice di sì, ma non fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice di no, ma compie poi la volontà del padre.

Il terzo figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene ordinato.
Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che stasera ci ha tutti riuniti qui. Gesù, entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto e sofferto fin dentro la morte.
Nell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi si dice: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 6-8).
In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per i suoi fratelli e le sue sorelle – per noi - e ci ha redenti dalla nostra superbia e caparbietà.

La vita cristiana deve misurarsi continuamente su Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), scrive san Paolo nell’introduzione all’inno cristologico.

Perché lui per primo è sceso nella vigna. Lui per primo è diventato uomo, incarnandosi, senza privilegi, rifiutando i vantaggi, per salvare tutti, per incontrare tutti, per amare tutti.
Davanti a tanta generosità, a tanta bellezza, a tanta follia, possiamo far finta di niente e continuare a giocare a fare i bravi cristiani, come il secondo figlio. A farci vedere con l'anima azzimata e le faccine devote. Che Dio ne tenga conto. Che veda quanto siamo bravi rispetto agli altri brutti sporchi e cattivi.

Oppure: ammettere che non siamo capaci. Che è contro natura amare gli altri. E aiutarsi. E perdonare. E tutte le mille altre cose che questo folle Dio ci propone di vivere. Contro natura. Perché l'uomo è lupo, divora, sbrana, aggredisce, conquista, è sempre stato così.

Oppure: ammettere che in me Dio non vuole punire, ma salvare. E gioisce per chi accoglie il proprio limite. È difficile, lo so bene. Difficile avere in me gli stessi sentimenti che furono di Cristo. Eppure se lo lascio fare forse qualcosa cambia. Non per sforzo o merito, ma perché l'amore agisce, cambia, illumina, converte.

I due figli sono dentro di me. Lo so bene. Li vedo, li ascolto, li nutro.
A volte prevale il figlio che ha paura del giudizio degli altri, non solo del giudizio di Dio, e allora divento inautentico, falso.
A volte quello ribelle che vorrebbe mandare tutto e tutti a stendere, Dio compreso.

Ma, entrambi, possono crescere e cambiare. E diventare l'uno autentico e l'altro operante.

Anch'io come il figlio della parabola dico: « Signore, non ne ho voglia. Essere discepolo, lavorare nella vigna che è la Chiesa è faticoso e ci sono momenti in cui sento che non ce la faccio e in cui penso che non ha senso quello che faccio. Gridare il tuo Vangelo con la vita è impegnativo. Preferisco galleggiare, preferisco vivere come tutti. Ma, a pensarci bene, forse ancora qualche giorno nella vigna lo posso passare...».

Sappiamo, e quanti profeti avrebbero voluto sapere e vedere, che Dio ci chiama a lavorare nella sua vigna, anche se incolta, anche se selvatica, anche se piena di rovi.
È faticoso, non raccontiamocela. Faticoso cambiare, faticoso starci, faticoso amarla, questa vigna. E Dio lo sa bene. Morirà, a causa dei vignaioli omicidi.
E quella morte, lo credo fermamente, cambierà per sempre la storia. Anche la mia. Anche la tua. Ecco: si tratta solo di sapere cosa vogliamo fare. Sapendo bene che ciò che ci viene chiesto è la verità di noi stessi, l'autenticità anche quando ci imbarazza e ci umilia. “la verità vi farà liberi” (Giovanni 8, 32).

Sempre nella Lettera ai Filippesi, qualche versetto prima, San Paolo già ci esorta: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,1-2).

Come Cristo era totalmente unito al Padre ed obbediente a Lui, così i suoi discepoli devono obbedire a Dio ed avere un medesimo sentire tra loro. Stasera Paolo esorta anche noi, fedeli della Comunità Liberi in Cristo: rendete piena la mia gioia con l’essere saldamente uniti in Cristo!

Solo così la Chiesa potrà affrontare le grandi sfide del presente e del futuro e rimarrà lievito nella società; se i sacerdoti, le persone consacrate e i laici credenti in Cristo, in fedeltà alla propria vocazione specifica, collaborano in unità; se le parrocchie, le comunità e i movimenti si sostengono e si arricchiscono a vicenda; se i battezzati e cresimati, in unione con il Vescovo, tengono alta la fiaccola di una fede inalterata e da essa lasciano illuminare le loro ricche conoscenze e capacità.

Con l’esortazione all’unità, Paolo collega il richiamo all’umiltà. Egli dice: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
L’esistenza cristiana è una pro-esistenza: un esserci per l’altro, un impegno umile per il prossimo e per il bene comune. L’umiltà è una virtù che nel mondo di oggi e, in genere, di tutti i tempi, non gode di grande stima.
Ma i discepoli del Signore sanno che questa virtù è, per così dire, l’olio che rende fecondi i processi di dialogo, possibile la collaborazione e cordiale l’unità. Humilitas, la parola latina per “umiltà”, ha a che fare con humus, cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Le persone umili stanno con ambedue i piedi sulla terra.
Ma soprattutto ascoltano Cristo, la Parola di Dio, la quale rinnova ininterrottamente la Chiesa ed ogni suo membro.

Che il Signore ci spinga all'autenticità, ci doni di non fermarci alle parole ma, con semplicità e coraggio, ci conceda di gridare il Vangelo con la nostra vita. Solo così potremo diventare figli di quel Dio che continuamente cerca l'uomo per svelargli il suo amore. Noi, figli amati dal padre, lasciamo che la Parola ci metta alle corde, che converta i nostri cuori, perché i nostri "sì" siano sempre autentici.

Concludo chiedendo a Dio, per tutti noi qui riuniti, il coraggio e l’umiltà di camminare sulla via della fede e della conversione, di attingere alla ricchezza della sua misericordia e di tenere fisso lo sguardo su Cristo, la Parola che fa nuove tutte le cose, che per noi è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), che è il nostro futuro. Ringraziamolo per il suo sacrificio, pieghiamo le ginocchia davanti al suo Nome e proclamiamo insieme con i discepoli della prima generazione: “Gesù Cristo è il Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10). Amen

 

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