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L'eutanasia è una sconfitta per tutti


“La depressione, il male di vivere del nostro tempo, non è mai una patologia da sottovalutare. La si combatte anche attraverso una maggiore consapevolezza sociale, che si traduce in attenzione medica, in pratiche qualificate di consulenza, anche con un equilibrato approccio farmacologico, ma mai attraverso l’eliminazione del paziente, ossia con l’eutanasia.

La tragica scelta di uomo che intende porre fine alla sua vita con questo terribile protocollo medico, diventa il simbolo doloroso della solitudine del malato e il segnale della resa della società, incapace di ascoltare, accogliere, includere.

E’ necessario costruire una rete di prevenzione e di assistenza, potenziando gli strumenti a disposizione per aiutare chi soffre di questa patologia a recuperare il bene della salute psichica e quel gusto di vivere che è risorsa personale e sociale. L’eutanasia non è mai la soluzione e questo caso dimostra con chiarezza che, alla fine, è soltanto una sconfitta per tutti”.

D’Amico, a cui era stato diagnosticato un male incurabile, aveva scelto di morire lo scorso aprile con il suicidio assistito in Svizzera. In realtà, il sessantaduenne magistrato non soffriva di alcuna patologia inguaribile, secondo l’esito dell’autopsia eseguita sulla sua salma.

Scelse il suicidio assistito
L'autopsia: non era malato
Il legale dell'ex magistrato Pietro D'Amico, morto ad aprile
in Svizzera: «Nessuna incurabile patologia»

Pietro D'Amico
Aveva scelto il suicidio assistito, in Svizzera. Si era affidato a una clinica di Basilea e quando è giunta l’ora si era messo al volante e aveva percorso millecinquecento chilometri. Da solo. Il magistrato Pietro D’Amico, 62 anni, calabrese di Piscopio, una moglie e una figlia, aveva deciso di morire così. Oggi si scopre che dietro alla sua fine non c’era quella «incurabile patologia dichiarata da alcuni medici italiani e asseverata da alcuni medici svizzeri», denuncia l’avvocato Michele Roccisano, suo amico e legale della moglie. Lo sostiene alla luce dei risultati dell’autopsia, il cui risultato esclude, appunto, l’esistenza di una grave malattia.

L’esame di laboratorio eseguito dall’Istituto di Medicina legale dell’Università di Basilea, alla presenza del perito di parte dei due parenti del magistrato, avrebbe dunque concluso così. Il che porta il legale stesso a parlare di «errore scientifico fatale». Cioè, alla base della scelta irreversibile ci sarebbe stata una valutazione sbagliata del proprio stato di salute. Così, almeno, l’avvocato.
ERRORE MEDICO? - Un risultato che potrebbe avere delle conseguenze sul piano giudiziario. I magistrati italiani e i loro colleghi svizzeri potrebbero infatti ora indagare sulla vicenda per accertare se i dottori possano essere considerati in qualche modo responsabili di quella scelta così definitiva di D’Amico. Errore medico? Imprudenza? Negligenza? Imperizia? Roccisano non ha dubbi: «Avrebbero dovuto sottoporre il paziente a esami strumentali specifici prescritti dalla scienza medica, esami a cui D’Amico non fu mai sottoposto».

Il fatto è che il magistrato era convinto di essere gravemente malato e certamente era depresso e lo diceva anche ai parenti. «L’errore scientifico gli ha dato quella terribile conferma che lo ha spinto a richiedere l’assistenza della clinica di Basilea», insiste il legale. Secondo lui le diagnosi avevano finito per convincere anche alcuni medici svizzeri.
LA LEGGE SVIZZERA - La vicenda sembra dunque complicarsi. C’è un primo interrogativo, al quale dovranno eventualmente rispondere gli inquirenti: esiste un nesso fra il preteso infausto esame e la morte? «Tanto più che in precedenti tentativi, non ancora provvisto di quelle errate certificazioni - aggiunge il legale in una nota -. D’Amico non aveva ottenuto dai medici svizzeri il suicidio assistito.

Ma anche l’indagine in corso in Svizzera stabilirà se sia stata violata anche la meno severa legislazione svizzera che, comunque, impone ai medici che assistono il paziente al suicidio di accertarsi che sia affetto da una patologia terminale, non potendo gli stessi accogliere acriticamente i referti presentati dal paziente e/o i sintomi descritti dal paziente che, spesso, specie se depresso, tende a somatizzare disturbi a volte dovuti a malanni molto più benigni. La legge svizzera prescrive anche che la diagnosi sia fatta da almeno due medici svizzeri diversi da quello che poi assiste il paziente al suicidio, mentre, nel caso, ciò sembra non essere avvenuto, poiché uno dei medici che ha confermato la malattia era la stessa "dottoressa morte"».

E parla di «sconvolgente verità che rende, se possibile, ancora più dolorosa la morte di quel grande intellettuale e grande magistrato». Quel tragico giovedì suo fratello Guido aveva ricevuto una telefonata: «Chiamo dalla Svizzera, suo fratello mi ha lasciato il suo numero, è stato qui tre volte...». Guido ha urlato, dice: «Lasciatelo stare». L’altro: «Mi spiace, è già morto»

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